Alla fine Clemente Mastella lo dice. Non di sfuggita, non tra le righe: da buon democristiano lo mette chiaramente sul tavolo, davanti a tutti. Se la Giunta regionale dovrà essere politica, e se in squadra possono entrare segretari nazionali (Enzo Maraio dei socialisti) ed ex ministri (Alfonso Pecoraro Scanio), allora il leader di Noi di Centro si propone senza giri di parole: nominatemi assessore. La formula è elegante – «metto sul tavolo anche il mio nome e la mia storia» – ma il messaggio è di quelli che fanno rumore. Una provocazione? Fino a un certo punto. Perché Mastella, da giorni, marca stretto Roberto Fico sulla natura dell’esecutivo: «Sono i tecnici ad andare a rimorchio della politica, non il contrario. La giunta sia politica e si rispetti la rappresentanza territoriale: un assessore per ogni provincia della Campania». Ora l’ex Guardasiglli alza l’asticella. L’affondo arriva all’indomani di una “franca conversazione” con il presidente eletto. E parte da un principio che il sindaco di Benevento ripete da settimane: nessuno può chiedere a chi ha raccolto voti di restare fuori dalla stanza dei bottoni. «Immaginare che chi si è gettato nella mischia mettendoci la faccia e raccogliendo consensi» sottolinea con impeto «sia a prescindere fuori dalla Giunta a favore di chi era comodamente in poltrona, è un’ingiustizia politica». Poi il passaggio chiave: «La mia lealtà verso Fico resta intatta, per ora e per dopo. Ma lo stop ai consiglieri e ai candidati mi vede in profondo e radicale disaccordo». Una frase che pesa come un macigno sul cantiere del nuovo esecutivo di Palazzo Santa Lucia. Per Mastella la strada imboccata dal campo largo è quella sbagliata: «Così non va e il primo passo in Campania è un passo falso. Pensavamo fosse archiviata definitivamente la logica bonapartista e tolemaica per cui si decide, sulla testa di tutti, con la propria testa». Per il leader di Noi di Centro la linea dello “stop ai consiglieri” «viola il principio della rappresentanza, offende gli elettori e nega principi democratici universali». Di argomenti, l’ex ministro, non ne risparmia. E cita modelli e precedenti: «In Francia, culla della divisione dei poteri, l’eletto può andare al Governo ed è sostituito per supplenza. In Puglia lo Statuto impone che otto assessori su dieci siano scelti tra i consiglieri eletti. Gli stessi Governi Conte erano infarciti di parlamentari che svolsero tranquillamente funzioni ministeriali». Il punto è sempre lo stesso: «La politica deve restare protagonista. Gli esterni devono essere collaboratori, non sostituti» attacca Mastella. Poi la frase che accende definitivamente la miccia: «Se le porte in Giunta sono aperte ai segretari nazionali e agli ex ministri, il capo di Noi di Centro sono io, e sono anche ex minsitro della Repubblica: dunque metto sul tavolo anche il mio nome». Una proposta che suona come una sfida. E come una risposta diretta a un’impostazione che definisce «una bizzarria istituzionale, escogitata ex post». «Le regole» affonda il dito nella linea di Fico «si stabiliscono prima del fischio d’inizio, non dopo». E avverte: gli assessori tecnici «diventano prigionieri politici del presidente, si svincolano dai partiti e non rispondono ai territori». È esattamente ciò che Mastella dice di voler evitare: un esecutivo poco rappresentativo e troppo sbilanciato sul profilo personale del presidente. Il finale è un richiamo alla grammatica della coalizione, che è il vero cuore del suo messaggio. «Dico a Fico di rispettare il ruolo dei partiti e delle formazioni che hanno contribuito in maniera decisiva a eleggerlo. Usi un metodo semplice, il più efficace e collegiale: rispettare le indicazioni di chi ha composto la squadra vincente». La partita è appena cominciata. Il pallone, adesso, passa a Fico. E scotta, tanto.

