Campo largo, bocche strette. Per non dire cucite. Sono giorni di trattative fitte per la composizione della giunta regionale e, come spesso accade nei passaggi più delicati, nessuno vuole parlare. Né gli eletti né i primi dei non eletti, in attesa di subentrare a Palazzo Santa Lucia. In silenzio, tutti. Un silenzio strategico e rigoroso. Il principio è lo stesso: evitare scivoloni in una fase in cui ogni parola rischia di spostare equilibri ancora fragili. Gli assessori saranno dieci. Quattro, forse cinque, le donne. L’orientamento del presidente Roberto Fico sarebbe quello di un mix tra politici e tecnici. L’idea – mai confessata ufficialmente ma ben presente nei ragionamenti – è di non pescare dagli eletti, affidandosi a esterni indicati dai partiti, per non finire nelle sabbie mobili delle rivendicazioni interne. Per certi versi anche i leader delle forze politiche guardano con favore a questa impostazione, pur mantenendo un profilo apparentemente diverso per evitare frizioni intestine. Di certo non lo sono i neo consiglieri regionali, soprattutto i più votati. Ma nemmeno può passare una giunta composta da esponenti di partito non eletti: per chi è uscito dalle urne con migliaia di preferenze sarebbe un paradosso. Fico dovrà in ogni caso rispettare i rapporti di forza della coalizione. Il Partito democratico, primo partito della maggioranza con il 18 per cento e 10 consiglieri eletti, reclama due assessorati di peso e la vicepresidenza della Regione. Per quest’ultima resta in campo il nome di Mario Casillo, capogruppo uscente che non si è ricandidato ma che ha sostenuto i due supervotati dem: Zinno e Madonna, 80mila preferenze in due. Sul fronte istituzionale, per la presidenza del Consiglio regionale – accanto a Massimo Manfredi, fratello del sindaco di Napoli, in quota Pd – prende corpo l’ipotesi di Giorgio Zinno, il più votato dei dem con 40mila voti. Ma avanzano anche le piste Casa Riformista e Noi di Centro, per evitare che la bilancia penda troppo verso i democratici. Per le altre forze della coalizione lo scenario è più complesso. In teoria un assessorato a testa, con la successiva redistribuzione delle presidenze delle commissioni consiliari per contenere gli scontenti . A Testa Alta, se passa la linea degli “interni”, punta sul salernitano Luca Cascone, il più votato della lista, che guarda ai Trasporti. La civica è di diretta emanazione di Vincenzo De Luca, governatore uscente e quattro volte sindaco di Salerno, con una probabile quinta volta già nei radar. Se invece dovesse prevalere la linea degli esterni, si spingerà per il ritorno in giunta di Fulvio Bonavitacola, vicepresidente e assessore all’Ambiente nella scorsa consiliatura.
In Casa Riformista scalpita Armando Cesaro, coordinatore regionale e primo dei non eletti. Stesso schema per Tommaso Pellegrino, il più votato nella circoscrizione di Salerno ma rimasto fuori dal Consiglio. Ad Avanti Campania dovrebbe andare l’assessorato alle Aree interne, anche se il Garofano si muove con decisione verso il Turismo. Su quel settore, però, il Partito democratico – leggi Matera – ha già posato più di un’attenzione.
Per il Welfare – assessorato che Fico avrebbe intenzione di istituire – la destinazione più probabile resta Avs. Un tecnico dovrebbe andare alla Sanità. Probabile una figura non politica anche al Bilancio. Insomma il puzzle è ampio. La pressione altissima. E le tensioni pure. Da qui il silenzio quasi blindato che avvolge queste ore. Il neo governatore della Campania, per quanto intenzionato a tenere al cinquanta per cento della giunta un profilo “civico-tecnico”, difficilmente potrà spingere troppo lontano i partiti. Non solo per ragioni aritmetiche ma per un principio politico che i suoi alleati gli hanno già ricordato. Lo ha detto senza giri di parole Clemente Mastella: «I tecnici vengono scelti dai politici come collaboratori e vanno a rimorchio della politica. Non il contrario. Fico assegni un assessore ad ogni provincia. È un fatto di rispetto verso forze politiche e territori che lo hanno sostenuto». Anche il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi ha provato a buttare acqua sul fuoco parlando di una giunta che «metta insieme competenze e politica, ascoltando tutte le sensibilità della coalizione e tenendo conto del risultato elettorale». Parole prudenti, quasi scolastiche. Un modo elegante per dire tutto e niente.
Perché il fuoco, sotto la cenere, c’è. E in queste ore il politichese non basta a spegnerlo.

