Il gioco d’azzardo – anche e soprattutto quello legale – cresce lì dove maggiori sono gli indicatori di povertà. Un dato che potrebbe apparire un paradosso, invece è una realtà documentata ed analizzata ampiamente nell’ultimo rapporto della Caritas italiana dedicato alla povertà. Uno studio documentato che ben evidenzia il legame tra la presenza di ampie fasce di popolazione in stato di difficoltà socio-economico e l’aumento del volume del gioco d’azzardo, in un circuito vizioso alimentato dalla speranza di un cambiamento radicale della propria condizione che, in assenza di reali prospettive lavorative, viene affidato al colpo di fortuna destinato a cambiare la vita del giocatore. Una speranza alimentata dalle micro-vincite distribuite a pioggia dalla miriade di giochi e concorsi oggi offerti al pubblico.
In un contesto di tal fatta non meraviglia che a guidare la classifica delle regioni italiane con il maggior tasso di perdita medio per giocatore vi siano quelle meridionali, con la Campania saldamente attestata al primo posto con ben 775 euro di perdita media. A distanza seguono Abruzzo – 641 euro – e Puglia – 607 euro di perdita media -, in scia Sicilia e Calabria. Come evidenzia il rapporto Caritas in queste regioni il reddito medio oscilla tra i 15 ed i 19mila euro, così che più forte è in termini percentuali l’incidenza delle perdite dovute al gioco d’azzardo, con il tetto massimo del 4.35% raggiunto in Campania.
Il meccanismo che innesca questa spirale negativa – territorio con reddito basso, che si riduce ulteriormente a causa del gioco d’azzardo – è ben illustrato nel documento della Caritas: «in contesti di reddito basso e di precarietà – si legge nel dossier – cresce la propensione a scommesse di risalita e a rischi più alti. Le vincite raccontate (pensiamo alle trasmissioni televisive e al rinforzo di game show quotidiani come “Affari Tuoi” della Rai) agiscono da rappresentazione salvifica; l’esito medio, però, resta una perdita che incide molto di più sul reddito disponibile». In buona sostanza l’effetto, solo apparentemente paradossale, è un ulteriore impoverimento delle classi sociali più svantaggiate. Un impoverimento che non è compensato dalle maggiori entrate fiscali: «il gettito che entra allo Stato – si legge ancora del rapporto Caritas – non compensa il costo sociale regressivo; anzi, nei territori poveri l’azzardo funziona come prelievo occulto che si aggiunge alle fragilità già esistenti».
Ad aggravare ulteriormente il fenomeno ci sono due aspetti: l’accessibilità costante dei giochi d’azzardo sulle piattaforme digitali e l’enorme numero di sale giochi e centri scommesse: oltre 150mila oggi, disseminati in ogni comune d’Italia.
A questo punto è lecito domandarsi quanti siano gli italiani coinvolti, in maniera più o meno grave, nel fenomeno gioco d’azzardo. Nel 2018 l’Istituto Superiore di Sanità ha individuato tre profili di giocatore: saltuario, abitudinario e problematico; mentre il secondo pur giocando con costanza nel corso dell’anno è in grado di mantenere il controllo della situazione, il terzo profilo è incapace di gestire la relazione con l’azzardo. Su un totale stimato di oltre 18 milioni di giocatori, quelli rientranti nel profilo problematico erano – al 2018 – ben 1.5 milioni. Più che sufficienti a disegnare un quadro di grave criticità.
A fronte di un quadro di tal fatta, non si prospetta all’orizzonte nessuna inversione di tendenza, anzi. Nel 2024 oltre 157 miliardi di euro sono stati risucchiati dal gioco d’azzardo gestito dallo Stato, mentre le proiezioni per il 2025 indicano come probabile il raggiungimento della soglia dei 170 miliardi di euro.

