Gerardo Soglia: “Arechi 2.0? Un investimento per il futuro di Salerno e della Salernitana”

Arechi 2.0, nuovo nome allo stadio, impianti di proprietà e futuro. Tante sono le discussioni in questo momento in città all’indomani dell’apertura del cantiere in Curva Nord per il restyling dell’impianto di via Allende. E di questo abbiamo voluto parlarne con il figlio di chi quello stadio lo ha materialmente costruito. Gerardo Soglia, imprenditore salernitano e figlio di don Peppino, costruttore edile ma soprattutto presidente di quella Salernitana che regalò alla città una delle gioie più grandi e sentite: il ritorno in B dopo 24 anni.
Allora Soglia, il suo cognome ha un peso specifico “pesante” se parliamo di storia recente di Salerno ed in particolare della Salernitana. Partiamo dai ricordi. Il cantiere alla fine degli anni ‘80, le difficoltà tecniche ed alla fine l’inaugurazione dello stadio Arechi. Cosa le viene in mente?
“Quando ripenso al cantiere dell’Arechi alla fine degli anni ’80, rivedo una Salerno che cambiava pelle mentre lo facevo anch’io. Il passaggio dal Vestuti al nuovo stadio coincise con i miei diciotto anni: per la città come per me fu un ingresso simbolico nell’età adulta. Lasciavamo un luogo storico ma ormai stretto, per aprirci a uno spazio più grande, a un orizzonte nuovo. Vivevo quei giorni accanto a mio padre, seguendo la sua dedizione ai lavori e alla Salernitana. Fu allora che capii davvero il significato del nostro cognome: Soglia. Un nome che è destino, passaggio, apertura. Per Salerno lo è stato allora, e continua ad esserlo oggi. E in questo 2025, vedere l’Arechi tornare cantiere, pronto a trasformarsi ancora, mi restituisce la stessa emozione: chiudere un ciclo e aprirne un altro. Il nostro legame con la città resta un binomio naturale e indissolubile, che come gruppo continuiamo a portare avanti in tutto ciò che facciamo sempre con la stessa visione: essere una soglia che spinge Salerno verso il futuro”.
Suo padre, don Peppino Soglia, ha vissuto il doppio ruolo di presidente della Bersagliera nonché curatore dei lavori edili per la realizzazione dell’impianto di via Allende. Cosa ricorda di quel periodo e come lo viveva don Peppino?
“Mio padre visse quel periodo con la concreta responsabilità di chi non pensa solo al calcio, ma anche alla città e alla sua comunità. Per lui non era solo una questione sportiva, ma civile: Salerno meritava un impianto degno, che potesse ospitare il sogno di una tifoseria, offrire un punto di aggregazione, dare visibilità alla città. Per lui fu un periodo intenso, vissuto con la consapevolezza che quel progetto avrebbe segnato un prima e un dopo per Salerno”.
Il passaggio dallo stadio Vestuti all’Arechi è stato epocale per Salerno. Sarà lo stesso con l’Arechi 2.0 dopo il restyling?
“Il passaggio dal Vestuti all’Arechi fu davvero epocale. Non solo un cambio di impianto: un cambio di paradigma. Il nuovo stadio offriva capienza, visibilità, modernità; ridisegnava la relazione tra Salerno e il calcio, tra città e identità sportiva. Oggi, con il progetto di “Arechi 2.0” e la riqualificazione urbana di quell’area in corso, l’aspettativa è altrettanto alta. Se realizzato con visione e concretezza, potrà essere un’altra pietra miliare: non un semplice restyling, ma la trasposizione in chiave moderna di un’identità che si è consolidata in decenni. Un Arechi che non solo risponda a esigenze sportive o normative, ma che diventi simbolo di una Salerno contemporanea, ambiziosa e orgogliosa”.
Il governatore De Luca ha lanciato anche una campagna d’opinione sulla possibilità di cambiare il nome allo stadio. Cosa ne pensa? E se lei potesse scegliere, quale nome darebbe all’impianto?
“Sul possibile cambio del nome allo stadio ho un’opinione molto chiara, e non potrei nasconderla neanche volendo. Per me l’Arechi ha un valore simbolico enorme, ma se oggi si apre un dibattito su un nuovo nome io non posso che essere di parte: Stadio Giuseppe Soglia. E basta. L’Arechi esiste così come lo conosciamo perché lui ci mise tutto ciò che aveva. Se proprio si deve pensare a un nuovo nome, l’unico che considero davvero legittimo è il suo. Qualsiasi altra proposta, per quanto rispettabile, non avrebbe per me lo stesso peso storico, umano e civile”.
Uno stadio nuovo, all’avanguardia e sicuro è alla base di ogni progetto sportivo. Che tipo di benefit potrà ricevere la Salernitana come club da questi lavori di ammodernamento? Sarà il viatico per tornare grandi?
“Uno stadio nuovo e sicuro non è un dettaglio tecnico: è il cuore di qualsiasi progetto sportivo serio. L’Arechi 2.0 può dare alla Salernitana ciò che le è mancato per troppo tempo: dignità strutturale, esperienza migliore per i tifosi, appeal per sponsor e partner, la possibilità di ospitare eventi che portino risorse e visibilità alla città. Per me questo restyling è un’occasione unica. Un modo concreto per rimettere la Salernitana su una strada ambiziosa”.
In tutta Europa la tendenza è ormai chiara: stadi privati, zero costi per le comunità, investimenti e programmazione di eventi. Lei pensa che si possa arrivare anche a Salerno ad avere uno stadio di proprietà del club?
“Se la Salernitana, insieme alle istituzioni locali, saprà costruire un progetto credibile, trasparente e condiviso, non vedo perché non si possa arrivare anche a Salerno a uno stadio di proprietà del club. Sarebbe un modello virtuoso, un passo culturale prima ancora che strutturale: un impianto moderno come parte integrante di un disegno di crescita, orgoglio e identità per tutta la città. E, lo dico con realismo, questa proprietà ha la solidità finanziaria per poterlo fare davvero. Ha mezzi, forza e capacità per immaginare un investimento del genere. Se decide di volerlo, Salerno può permetterselo”.
In conclusione, quale la sua visione personale se parliamo di sport, cultura, valori in una realtà come Salerno. Un’idea su tutte, sarebbe bello e utile avere un museo cittadino dedicato alla Salernitana?
“Per me lo sport non è mai stato soltanto un gioco: è cultura, appartenenza, memoria condivisa. Salerno, con la sua storia e la sua anima così riconoscibile, merita di vivere il calcio non come un semplice appuntamento domenicale, ma come un valore civile, qualcosa che unisce generazioni e costruisce identità. E devo dirlo con sincerità: l’idea di un museo cittadino dedicato alla Salernitana è giusta e necessaria. Un museo non celebrerebbe soltanto il calcio, ma Salerno stessa. La sua passione, la sua identità, la sua continuità. Sarebbe un dono alle nuove generazioni, un modo per ricordare da dove veniamo e per sognare, con più forza, dove vogliamo andare”.

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