Quando George Best scese in campo per la prima volta con la maglia del Manchester United, nessuno avrebbe potuto immaginare che quel ragazzo magro di Belfast, appena sedicenne, avrebbe riscritto la storia del calcio. Eppure, nel giro di pochi anni, Best non divenne solo uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, ma un’icona culturale che trascese i confini dello sport, incarnando il glamour degli anni Sessanta e pagando il prezzo più alto per quella fama.
Nato il 22 maggio 1946 a Belfast, nell’Irlanda del Nord ancora lacerata dalle tensioni settarie, George Best crebbe in un quartiere operaio dove il calcio rappresentava l’unica via di fuga dalla grigia quotidianità. Il suo talento emerse prestissimo: a quindici anni fu scoperto da un talent scout del Manchester United e nel 1961 lasciò la famiglia per trasferirsi a Manchester. All’inizio l’impatto fu traumatico. Spaventato dalla lontananza da casa, il giovane George tornò a Belfast dopo appena due giorni. Ma il padre, riconoscendo il potenziale del figlio, lo convinse a ripartire.
Fu una decisione che cambiò la storia del calcio. A diciassette anni, Best esordì in prima squadra nel 1963, e ben presto divenne chiaro che non si trattava di un talento qualunque. Il suo stile di gioco era rivoluzionario: una combinazione letale di velocità, tecnica sopraffina, dribbling ipnotico e coraggio. Best giocava con una libertà e una creatività che sembravano appartenere a un’altra dimensione. Poteva saltare tre avversari in pochi metri, segnare gol impossibili e assumersi responsabilità che avrebbero paralizzato chiunque altro.
Il periodo d’oro di Best coincise con l’epoca d’oro del Manchester United ricostruito da Matt Busby dopo la tragedia di Monaco del 1958. Insieme a Bobby Charlton e Denis Law formò la “Trinità Sacra” che dominò il calcio inglese ed europeo. Nel 1968 arrivò il culmine: il Manchester United vinse la Coppa dei Campioni battendo il Benfica per 4-1 nella finale di Wembley. Best fu straordinario, segnando uno dei gol più iconici della storia con un dribbling che lasciò il portiere portoghese immobile. Quello stesso anno, a soli 22 anni, vinse il Pallone d’Oro, diventando il più giovane calciatore britannico a ricevere tale onore. Con il Manchester United conquistò due campionati inglesi nel 1965 e nel 1967, ma le statistiche raccontano solo una parte della storia. Best era un artista, un poeta del pallone che trasformava ogni partita in uno spettacolo. I suoi numeri parlano chiaro: 470 presenze e 179 gol con i Red Devils, ma fu il modo in cui li segnò a renderlo leggendario. Gol in rovesciata, dribbling impossibili, assist visionari: Best non giocava solo per vincere, giocava per incantare.
Ma George Best fu molto più di un calciatore eccezionale. Fu la prima vera rockstar del calcio, l’anticipatore di quella fusione tra sport, celebrità e cultura pop che oggi diamo per scontata. Bello, carismatico, con i capelli lunghi che scandalizzavano i conservatori, Best divenne un’icona degli swinging sixties. Appariva sulle copertine delle riviste di moda, possedeva boutique, frequentava modelle e attrici, guidava auto lussuose. La sua vita notturna a Manchester era leggendaria quanto le sue prestazioni in campo. “Ho speso molti soldi in alcol, donne e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato”, disse una volta con quella miscela di autoironia e autodistruzione che lo caratterizzava. Il problema è che quella frase conteneva più verità di quanto sembrasse. L’alcol, inizialmente parte della sua immagine da playboy, cominciò a diventare un nemico insidioso già alla fine degli anni Sessanta.
Il paradosso di George Best fu che il suo genio bruciò troppo in fretta. A partire dal 1970, quando il Manchester United attraversò una crisi di risultati dopo il ritiro di Matt Busby, Best cominciò a perdere motivazione. L’alcol divenne una dipendenza. Le assenze dagli allenamenti si moltiplicarono, così come le sanzioni disciplinari. Nel 1974, a soli 28 anni, lasciò definitivamente lo United. Seguirono anni da girovago del calcio: brevi esperienze in club minori inglesi, poi negli Stati Uniti con i Los Angeles Aztecs, in Scozia con l’Hibernian, persino in Australia. Erano tentativi di riaccendere la fiamma, ma il migliore George Best apparteneva ormai al passato. Con la nazionale nordirlandese non riuscì mai a brillare come meritava, principalmente perché l’Irlanda del Nord non si qualificò mai per un mondiale durante la sua carriera, privando il mondo di vedere Best sul palcoscenico più importante.
Gli ultimi decenni della sua vita furono segnati da una lotta costante contro l’alcolismo. Nel 2002 si sottopose a un trapianto di fegato, ma nemmeno questo riuscì a fermarlo definitivamente. George Best morì il 25 novembre 2005, a 59 anni, per complicazioni legate alle sue dipendenze. Il suo funerale a Belfast fu un evento nazionale, con migliaia di persone che si riversarono nelle strade per salutare il loro eroe. L’eredità di Best è complessa e sfaccettata. Dal punto di vista sportivo, viene unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi talenti mai visti su un campo di calcio. Pelé lo inserì nella sua lista dei migliori 125 calciatori viventi nel 2004.
Diego Maradona disse che Best era stato il suo idolo. Sir Bobby Charlton lo definì semplicemente “il più grande calciatore con cui abbia mai giocato”. Ma Best rappresenta anche un monito sulla fragilità del genio, sul prezzo della fama prematura, sulla solitudine che può accompagnare il successo. La sua storia è quella di un ragazzo di Belfast che conquistò il mondo ma non riuscì a conquistare i propri demoni. È la storia di un artista che regalò gioia a milioni di persone ma non trovò mai la propria.

