Gaza, Israele punta a restare dopo la tregua

Non c’è solo lo stallo sulla composizione della forza internazionale di interposizione a ritardare l’avvio della “fase 2” del piano di pace per la Striscia di Gaza, ma anche un atteggiamento a dir poco ambiguo da parte dei vertici politico-militari israeliani.
Anzi, a sentire le ultime dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz di ambiguo non c’è nulla: Israele «non lascerà la Striscia di Gaza», ha affermato Katz durante un incontro pubblico in Cisgiordania. Cancellando di fatto uno dei punti cardine su cui è stato costruito l’accordo che ha portato al cessate il fuoco, ovvero il progressivo ritiro delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza a seguito del disarmo delle milizie palestinesi. Disarmo che, appunto, dovrebbe essere supervisionato dalla forza internazionale di interposizione.
E si torna così al punto di partenza, in un circolo vizioso. Meglio si tornerebbe al punto di partenza, se Katz nelle sue dichiarazioni non fosse andato ben oltre, lasciando immaginare un preciso sviluppo della presenza israeliana a Gaza.
Dopo aver sottolineato che «siamo profondamente dentro Gaza e non ce ne andremo», Katz ha detto come «al momento opportuno» potrebbero essere creati «gruppi pionieristici» nella parte settentrionale della Striscia. Espressione che viene associata al fenomeno della creazione di colonie israeliane in territorio palestinese. Colonie che nella Striscia di Gaza sono state smantellate esattamente venti anni fa, nel 2005.
Una presa di posizione, quella del ministro della Difesa , che riflette la posizione di ampi settori della destra nazionalista e religiosa israeliana, ma che – come detto – demolisce uno dei punti cardine del piano di pace messo a punto dalla Casa Bianca, documento su cui è stato possibile costruire il fragile cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso 10 ottobre.
Accanto alle dichiarazioni di Katz ad alimentare dubbi sulle reali intenzioni israeliane sul futuro di Gaza ci sono anche le notizie rilanciate nelle ultime ore da Al Jazeera, secondo cui una serie di attacchi delle Idf potrebbero spingere molti palestinesi ad est della “linea gialla” che attualmente divide la Striscia tra l’area controllata da Hamas e quella sotto controllo israeliano.
Stando all’emittente qatariota nella mattina di ieri elicotteri israeliani avrebbero aperto il fuoco contro diversi obiettivi nell’area controllata dalle Idf, mentre raid aerei avrebbero colpito anche le aree di Khan Younis e Rafah, nel sud della Striscia. Le vittime degli attacchi all’interno dell’area “gialla” sono almeno due. Secondo il sindaco di Khan Younis Alaa al-Batta i raid israeliani sarebbero un modo per spingere la popolazione palestinese ad abbandonare la città e, più in generale, l’area sotto controllo israeliano.
Secondo fonti palestinesi dal 10 ottobre le violazioni del cessate il fuoco da parte israeliana sono state ben 875, con attacchi che hanno causato 411 morti e 1.112 feriti.
Nello stesso lasso di tempo la media giornaliera di camion carichi di aiuti umanitari lasciati entrare nella Striscia di Gaza è stata di 244 mezzi, a fronte di una previsione di 600 contenuta nell’accordo che ha – relativamente – posto fine ai combattimenti. Un dato che lascia di per sé intravedere la gravità della crisi umanitaria che stanno affrontando i circa 1,6 milioni di palestinesi ancora presenti nella Striscia, alle prese con una generale scarsità di generi alimentari, con i rigori dell’invero e livelli di assistenza medico-sanitaria ridotti al minimo.

Torna in alto