Gaza, cresce il pericolo di una Striscia divisa tra Hamas ed esercito israeliano

I ritardi nell’applicazione della seconda fase del piano di pace elaborato – e imposto – dal presidente statunitense Donald Trump rischiano di portare ad una partizione di fatto della Striscia di Gaza. Divisione forse non definitiva, ma sicuramente di lungo periodo. Una situazione che renderebbe ancora più difficile provare ad elabotrare una soluzione definitiva per il conflitto israelo-palestinese. Timori per una simile eventualità sono stati espressi nelle ultime ore da diversi diplomatici e funzionari europei, dubbi raccolti e rilanciati dall’agenzia Reuters.
Ad oggi la Striscia di Gaza è divisa in due dalla linea gialla, elemento di demarcazione tra l’area controllata da Hamas – circa il 47% del territorio in cui si concentra la maggior parte dei due milioni di gazawi – e quella controllata dall’esercito israeliano. Esercito che sta realizzando pun ti di osservazione e controllo fortificati nella zona sotto il suo controllo.
Ad impedire l’avvio della seconda fase del piano – che prevede l’ulteriore ritiro dell’esercito israeliano in una zona cuscinetto lungo i confini della Striscia ed il disarmo della componente militare di Hamas – i ritardi e le divergenze sulla composizione, oltre che sul preciso mandato, della forza internazionale che dovrebbe essere schierata a Gaza come elemento di interposizione. Altro punto dolente, su cui ancora non c’è alcun accordo, è dato dalle modalità da seguire per procedere al disarmo di Hamas.
Altro nodo ancora da sciogliere è il ruolo dell’Autorità Nazionale Palestinese nel futuro governo della Striscia di Gaza, ruolo che il governo di Tel Aviv vorrebbe, di fatto, nullo. Ovviamente lasciare la gestione politico-amministrativa di Gaza ad Hamas è inimmaginabile, tuttavia la mancanza di una reale alternativa cristallizza una situazione che rischia di rimanere bloccata a lungo.
Da più fonti, intanto, arriva conferma del fatto che nelle more dell’attuazione della fase due del piano Trump Hamas ha lentamente ripreso il controllo di quella parte della Striscia di Gaza da cui si sono ritirate le Idf. E lo ha fatto non solo scatenando una vera e propria caccia ai collaborazionisti – di cui si è già dato conto su queste colonne – ma anche tentando di riprendere il controllo dell’economia.
È bene ricordare che prima della guerra oltre 50mila gazawi erano stipendiati da Hamas perché impiegati nell’amministrazione civile o militare della Striscia, anche durante il conflitto il movimento ha continuato a garantire il pagamento degli stipendi, seppur ridotti. Oggi Hamas sarebbe impegnato in modo particolare nel tentativo di calmierare i prezzi dei beni di prima necessità, controllando le quantità di merci in entrata a Gaza e punendo gli speculatori.
Hamas, inoltre, avrebbe imposto il pagamento di una tassa su beni come benzina e sigarette, anche se importati da privati. È del tutto evidente come il ritardo nell’applicazione della fase due del piano Trump consenta ad Hamas di rafforzare la propria posizione in quella parte della Striscia rimasta sotto il suo controllo.
Qualche novità potrebbe arrivare nella giornata di domani, quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu voterà una risoluzione per approvare il piano Trump nel suo complesso. In questi giorni un fitto lavorio diplomatico da parte statunitense ha cercato di costruire il consenso necessario all’approvazione del documento. Se il voto di domani consentirà di fare passi avanti nel processo di pace resta, però, tutto da vedere.

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