La Campania è in “zona rossa” per quel che riguarda la sicurezza sui luoghi di lavoro, stando ai dati Inail del 2025. In questo contesto poco rassicurante, qual è la situazione della principale “industria” della città di Salerno, ovvero il suo porto commerciale? A fare il punto della situazione è Gerardo Arpino, segretario della Filt – Cgil.
«Negli ultimi anni nel porto di Salerno la sicurezza sul lavoro è diventata un tema centrale, soprattutto dopo alcuni incidenti anche gravi avvenuti durante le operazioni portuali. Come Filt abbiamo lavorato con continuità per mettere la sicurezza al centro dell’attenzione quotidiana nei terminal e nelle banchine, portando avanti un confronto costante con Autorità di Sistema Portuale, istituzioni e aziende e spingendo per un rafforzamento reale delle regole, dei controlli e dell’organizzazione del lavoro».
Come si è sviluppato concretamente questo percorso?
«Un passaggio importante è stato il rafforzamento della collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti nella prevenzione, con il coinvolgimento della Capitaneria di porto, Asl, Inail e Ispettorato del lavoro, e la costruzione di strumenti condivisi come il protocollo SOI, che ha rappresentato un riferimento per migliorare il coordinamento operativo, la gestione delle criticità e l’innalzamento degli standard di sicurezza nelle attività quotidiane. In questo percorso abbiamo dato grande importanza anche al ruolo degli Rls e degli Rls di sito, che sono una presenza fondamentale nei luoghi di lavoro perché permettono un controllo più diretto e continuo delle condizioni operative e un’interlocuzione costante sulle situazioni di rischio reali che si presentano nelle diverse fasi delle lavorazioni portuali».
Quanto conta la formazione dei lavoratori nella costruzione di un luogo di lavoro sicuro?
«Come sindacato abbiamo insistito molto perché la formazione non fosse solo formale, ma davvero legata alle operazioni concrete che i lavoratori svolgono ogni giorno. Abbiamo chiesto maggiore attenzione ai ritmi di lavoro e ai carichi operativi, perché spesso è proprio lì che si generano le condizioni di rischio, e abbiamo segnalato in modo continuo le criticità dei vari cicli portuali chiedendo interventi tempestivi e verifiche anche non programmate».
Cosa c’è ancora da fare?
«Nonostante i passi avanti, gli incidenti dimostrano che non basta aver scritto protocolli o definito procedure se poi non vengono applicati con rigore e continuità sul campo. Per questo come Filt riteniamo ancora necessario rafforzare i controlli, migliorare l’organizzazione del lavoro, ridurre la pressione operativa, investire in tecnologie e attrezzature più sicure, potenziare la formazione pratica e soprattutto consolidare una vera cultura della sicurezza condivisa che coinvolga tutti gli attori del porto ogni giorno».

