Un colpo al cerchio ed uno alla botte, ovvero sì al congelamento dei beni e degli asset russi presenti all’interno dell’Unione Europea, ma nessun via libera al loro utilizzo per sostenere le disastrate finanze ucraine. È questa posizione “prudente” – ad essere generosi – quella che la premier Giorgia Meloni ha illustrato nel corso del dibattito alla Camera dei Deputati svoltosi ieri mattina.
La cornice non cambia – sì al sostegno all’Ucraina – ma la prudenza è d’obbligo, ad iniziare dalla spinosa questione delle risorse russe congelate. L’Italia ha approvato il regolamento che li immobilizza, ma «senza avallare alcuna decisione sul loro utilizzo».
«Riteniamo – ha detto Meloni – che qualunque strumento di sostegno a Kiev e pressione su Mosca debba rispettare lo stato di diritto», evidenziando di fatto le criticità giuridiche sull’eventuale uso dei fondi russi, tanto che la stessa premier sottolinea come «trovare una soluzione sostenibile sarà tutt’altro che semplice». Replicando, di fatto, le perplessità dell’alto commissario Ue Kaja Kallas.
Al netto delle sottigliezze giuridiche, è evidente il problema politico che Giorgia Meloni si trova a dover affrontare: dopo aver sposato in pieno la linea di massimo sostegno a Kiev, anche con forniture di armi rigorosamente segretate – unico Paese in Europa -, ora la premier italiana si vede colta in contropiede dalla volontà statunitense di chiudere rapidamente la partita ucraina. Anche imponendo a Kiev dolorose concessioni territoriali. La volontà di mantere i buoni rapporti con Washington costringe di fatto Meloni ad un sottile gioco di equilibrismo. Gioco pericoloso nel momento in cui le due sponde dell’Atlantico sembrano allontanarsi.

