Corsi e ricorsi storici. La memoria politica della città di Salerno non può certo cancellare cosa accadde nella tornata amministrativa del 2006. Si veniva dal cosiddetto “interregno” gestito dall’allora sindaco Mario De Biase e siccome le cose non andarono come De Luca voleva, la consiliatura finì in malomodo. “La ricreazione è finita”, tuonava De Luca in tutti i comizi televisivi e non. Tanto da inimicarsi anche il partito e la coalizione di centrosinistra che vedeva male il suo ritorno a Palazzo Guerra. Ma alla fine le cose andarono proprio come aveva immaginato il già due volte sindaco di Salerno. Per lui era la terza campagna elettorale amministrativa ed in quel lontano 2006 i salernitani ebbero modo di sperimentare – al netto della partecipazione platonica del centrodestra con il candidato Nino Marotta – il duello tutto interno al centrosinistra. Da un lato Alfonso Andria e l’apparato partitico classico, dall’altro De Luca e la sua lista Progressisti, con tutti i fedelissimi. Si andò al ballottaggio come era nelle previsioni ed al venerdì che precedette le urne, Salerno vide i comizi finali dei due competitor affiancati da altrettanti concerti. In piazza Mazzini aprì le danze Andria con al fianco Antonello Venditti. Un’atmosfera calda e appassionata con appelli al voto libero e democratico. Poi la lancette dell’orologio iniziarono a correre, così come i cittadini presenti a piazza Mazzini per ascoltare Andria e Venditti. Chiuso il primo appuntamento, ci si diresse in massa a piazza Amendola dove De Luca attendeva la folla con accanto Lucio Dalla. Ed anche qui la chiamata al voto in nome della continuità del suo modo di gestire la cosa pubblica. Tutti sanno poi come andarono le cose, con la vittoria “di pancia” del blocco De Luca, capace di sconfiggere anche il suo stesso partito.
Andando ad analizzare cosa accadde in quel ballottaggio così anomalo dal punto di vista politico, emerse con forza la voragine esistente tra due diversi modi di concepire la politica e l’ars oratoria.
Andria si affidò ad uno stile composto, con un’idea di amministrazione «scevra dai privilegi», accompagnato dagli auguri di Bassolino, storico avversario di De Luca, e del neo ministro Ds Luigi Nicolais, scomparso pochi giorni fa. Tra le poche concessioni di Andria all’inasprimento dei toni ci fu un «noi il consenso ce lo conquistiamo e non conosciamo altri metodi per ottenerlo», oltre che un piccato accenno alle truppe di «dipendenti comunali precettati per le manifestazioni».
Dall’altro lato, De Luca mostrò i muscoli ed i suoi toni più accesi, che hanno contribuito nel corso degli anni a fargli conquistare la fama di un focoso decisionista: «Possiamo fare di Salerno il più grande cantiere d’Italia per 20 anni». Tante le promesse in quella campagna elettorale: la creazione di 5000 posti di lavoro, da realizzare anche grazie a un fondo comunale di 350 mila euro da destinare alle aziende che avrebbero accolto tirocinanti per tre mesi. Argomenti che in molti nel centro sinistra criticarono per l’atteggiamento demagogico e populista, arrivando a parlare di «promesse-truffe» vicine ai metodi berlusconiani.
E poi quel doppio concerto finale che mise “a dura prova” anche i gusti e le passioni artistiche dei salernitani. Alla fine però la musica la suonò De Luca.

