Elettori distinti e distanti

Alla fine di questa due giorni elettorale il 56% degli elettori campani – circa 2,8 milioni di persone – ha scelto di non prendere parte al voto, esprimendo di fatto la propria distanza non solo e non tanto dalla proposta politica messa in campo dai candidati alla presidenza della Regione Campania, quanto l’abissale distanza che ormai separa la maggioranza dei cittadini campani dalla vita politica in generale.
Rispetto al 2020, quando alle urne si recò il 55,5% degli elettori – grazie anche al contemporaneo voto referendario sul taglio dei parlamentari – questa volta si resta ben al di sotto della soglia psicologica del 50% dei votanti. Fenomeno non solo campano, ma ormai comune a tutte le regioni chiamate al voto: in Puglia si è recato alle urne il 41,8% degli elettori, il 14% in meno rispetto a cinque anni fa; va leggermente meglio in Veneto, ma solo all’apparenza perché se è vero che la partecipazione è al 44,6%, è anche maggiore la differenza rispetto alla precedente tornata elettorale: -16,5%.
La Campania, dunque, per una volta non è eccezione negativa, ma pienamente inserita in una tendenza nazionale che vede ridursi progressivamente la partecipazione elettorale dei cittadini, poco conta la “dimensione” dell’appuntamento con le urne: dalle europee alle amministrative l’astensione è in crescita costante. Nel generale disinteresse del mondo politico. Sì, perché salvo qualche frase di circostanza sull’importanza della “partecipazione democratica” o sulla volontà di “riportare alle urne i delusi della politica” nulla di concreto si muove in questa direzione. Anche perché poco o nulla, in realtà, dicono le più o meno dotte analisi che tentano di spiegare il fenomeno nella prospettiva delle dinamiche sociali. Analisi che in molti casi condividono una sorta di peccato originale con la politica: l’astrazione.
Non saremo certo noi a sciogliere un rebus su cui ragionano, riflettono, analizzano e discutono fior fiore di studiosi ed opinionisti. Molto più modestamente ci piacerebbe portare qualche ulteriore elemento su cui meditare. E vorremmo farlo partendo dalla domanda posta ad un campione di elettori delle tre regioni andate al voto domenica e lunedì.
Il quesito – presentato nel corso dell’edizione elettorale di Sky Tg 24 – era lineare nella sua formulazione, che riportiamo non alla lettera, ma nel suo senso originale: «Pensa che dopo queste elezioni cambierà qualcosa?». Il 72% del campione ha risposto con un secco “no”.
Ecco, forse è da questo senso di assoluta inutilità del proprio voto che si dovrebbe partire per provare a comprendere un fenomeno – quello dell’astensione – destinato a crescere ulteriormente nel prossimo futuro. poco conta la “dimensione” dell’appuntamento con le urne: dalle europee alle amministrative l’astensione è in crescita costante. Nel generale disinteresse del mondo politico. Sì, perché salvo qualche frase di circostanza sull’importanza della “partecipazione democratica” o sulla volontà di “riportare alle urne i delusi della politica” nulla di concreto si muove in questa direzione. Anche perché poco o nulla, in realtà, dicono le più o meno dotte analisi che tentano di spiegare il fenomeno nella prospettiva delle dinamiche sociali. Analisi che in molti casi condividono una sorta di peccato originale con la politica: l’astrazione.
Non saremo certo noi a sciogliere un rebus su cui ragionano, riflettono, analizzano e discutono fior fiore di studiosi ed opinionisti. Molto più modestamente ci piacerebbe portare qualche ulteriore elemento su cui meditare. E vorremmo farlo partendo dalla domanda posta ad un campione di elettori delle tre regioni andate al voto domenica e lunedì.
Il quesito – presentato nel corso dell’edizione elettorale di Sky Tg 24 – era lineare nella sua formulazione, che riportiamo non alla lettera, ma nel suo senso originale: «Pensa che dopo queste elezioni cambierà qualcosa?». Il 72% del campione ha risposto con un secco “no”.
Ecco, forse è da questo senso di assoluta inutilità del proprio voto che si dovrebbe partire per provare a comprendere un fenomeno – quello dell’astensione – destinato a crescere ulteriormente nel prossimo futuro.
Quando le proposte politiche in campo vengono ritenute equivalenti o, peggio ancora, quando il candidato non viene ritenuto in grado di restare coerente con quel che promette in campagna elettorale perché andare a votare? Se il proprio voto viene percepito come inutile che senso ha partecipare al rito elettorale?
Questa sensazione di inutilità è molto più ampia di quella che si potrebbe immaginare, anche quando i sondaggi disegnano scenari molto più rosei. Quanti elettori che alle scorse politiche votarono convintamente Giorgia Meloni per la sua strenua opposizione al governo Draghi darebbero nuovamente il loro consenso ad una premier che di quell’agenda ha fatto la propria bussola di governo?
È la Realpolitik, dirà qualcuno. Certamente, la politica è l’arte del possibile, e proprio per questo non dovrebbe fare l’impossibile, ovvero assumere posizioni diamtralmente opposte a quelle con cui si è ottenuto il consenso degli elettori.
Abbiamo, per comodità, portato ad esempio la posizione di Giorgia Meloni, ma un simile discorso potrebbe farsi anche per il campo opposto, a patto di riuscire ad individuare nelle fumose dichiarazioni di Elly Schlein delle proposte precise e concrete.
È probabilmente più questo senso di inutilità che un generico “disinteresse” l’origine dell’astensione. Anche perché quando c’è una motivazione forte, la sensazione di poter incidere la partecipazione dei cittadini – in particolare dei giovani – c’è ed è forte. Lo testimoniano con evidenza le manifestazioni delle scorse settimane a favore della Palestina: probabilmente la maggiore mobilitazione popolare – politicamente trasversale – degli ultimi decenni in Italia.
Tra quei manifestanti c’è anche quel 56% di cittadini campani che ha scelto di disertare le urne. Ha scelto, perché mai come in questa tornata elettorale l’astensione è stato un fenomeno politico: in molti casi si è deciso di non andare a votare proprio per rifiutare l’offerta politica in campo. In quel 56% di astenuti c’è chi vorrebbe essere parte del dibattito politico, ma evidentemente non vede all’orizzonte uno strumento credibile per farlo.

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