Un’intesa sul metodo e sulle linee guida che dovranno essere seguite in occasione della prossima tornata di colloqui. SI chiude con questo risultato il vertice che, a Ginevra, ha visto nuovamente sedute intorno allo stesso tavolo la delegazione statunitense e quella iraniana, impegnate nella ricerca di un difficile accordo in grado di scongiurare un intervento militare di Washington nel Golfo Persico.
Un piccolo passo, quello fatto ieri, che tuttavia viene giudicato come un segnale positivo dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi, il volto dialogante della Repubblica Islamica. «Sono state presentate idee diverse – ha detto Araqchi al termine del vertice – queste idee sono state discusse seriamente, alla fine siamo riusciti a raggiungere un accordo generale su alcuni principi guida, d’ora in poi ci muoveremo sulla base di tali principi e presenteremo il testo di un potenziale accordo».
Quali siano questi principi non è dato al momento sapere, così come non è stata resa nota la valutazione statunitense sui risultati dei colloqui. Alla vigilia dell’incontro di Ginevra il presidente Trump ha dichiarato che sarebbe stato coinvolto «indirettamente» nei colloqui e, soprattutto, ha ribadito il proprio cauto ottimismo sulla possibilità di raggiungere un’intesa con Teheran: «Non credo che vogliano affrontare le conseguenze del mancato accordo».
Stando ad alcune indiscrezioni trapelate alla vigilia dei colloqui di Ginevra, l’Iran avrebbe proposto agli Stati Uniti una pausa nel processo di arricchimento dell’uranio della durata di tre anni, dicendosi disponibile nel contempo ad inviare all’estero – possibilmente in Russia – parte dell’uranio già arricchito (circa 400 chili, secondo stime statunitensi).
Proposta giudicata insufficiente da Washington, che avrebbe voluto inserire nella discussione del dossier nucleare iraniano anche limitazioni all’arsenale missilistico di Teheran, in particolare riducendo numero e gittata dei missili presenti negli arsenali delle forze armate iraniane.
Intanto lunedì il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha annunciato l’inizio di un’esercitazione navale nell’area dello stretto di Hormus. L’obiettivo è quello di testare la prontezza delle unità navali dei Pasdaran, esaminare i piani di sicurezza e gli scenari di risposta militare per potenziali minacce nella regione.
Il blocco dello stretto di Hormuz in caso di guerra è una minaccia utilizzata da Teheran per tenere vivo il filo del dialogo diplomatico, considerato che questo tratto di mare è uno snodo fondamentale per le rotte petrolifere e la sua paralisi avrebbe effetti immediati sul mercato mondiale dell’energia. Un rischio che neanche Washington può correre a cuor leggero.
La possibilità che la crisi tra Iran e Stati Uniti degeneri in conflitto aperto ed assuma i caratteri di una guerra regionale resta, al momento, una delle principali preoccupazioni degli stati della regione, molti dei quali sono discretamente impegnati a ridurre la tensione tra Washington e Teheran.
Un invito alla comunità internazionale a «proteggere gli sforzi di mediazione anziché indebolirli» è arrivato dal ministro degli Esteri del Qatar Majid al Ansari, secondo cui il dialogo resta l’unica via per risolvere i conflitti.

