Un cambio di regime a Teheran: questo l’obiettivo apertamente perseguito da Stati Uniti ed Israele con la guerra inziata nelle prime ore di ieri, quando missili ed aerei hanno colpito la capitale iraniana ed alcune delle principali città del Paese nel tentativo di decapitare i vertici politico-militari della Repubblica Islamica. Ed aprire così la strada a nuove proteste di piazza contro il regime, sperando in una progressiva spaccataura tra le forze armate ed i Guardiani della Rivoluzione, il corpo scelto posto a guardia dell’ordinamento nato dalla rivoluzione khomeinista del 1979.
Il dossier nucleare finisce così in secondo piano – posto che sia mai stato qualcosa di più che un casus belli da dare in pasto all’opinione pubblica internazionale – rispetto alla volontà di chiudere definitivamente la partita con la Repubblica Islamica. Costi quel che costi.
Un obiettivo che Washington e Tel Aviv hanno deciso di perseguire nella consapevolezza non solo di possibili perdite tra i propri militari – possibilità evocata ieri apertamente da Donald Trump -ma anche di un possibile allargamento del conflitto all’intero Medio Oriente. Ed i primi segnali non sono incoraggianti, anzi.
Agli attacchi aerei e missilistici di statunitensi ed israeliani ha fatto seguito, infatti, la pesante reazione iraniana, affidata a missili e droni. A differenza di quanto accaduto a giugno dello scorso anno, questa volta gli attacchi iraniani non sono stati orientati solo contro il territorio israeliano, ma hanno investito tutte le basi statunitensi presenti nella regione. E non si è tratatto di attacchi simbolici, ma del tentativo di colpire nel modo più pesante possibile l’infrastruttura logistica che sostiene il dispositivo militare statunitense nel Golfo Persico. Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar: la lista dei Paesi colpiti dai missili e dai droni iraniani si è progressivamente allungata con il trascorrere delle ore.
A rendere il quadro ancora più complesso le reazioni delle forze filo-iraniane della regione: gli Houthi hanno annunciato l’immediata ripresa degli attacchi nel Mar Rosso contro le navi mercantili dei Paesi coinvolti nell’attacco all’Iran o dirette verso porti israeliani, in Iraq le milizie filo-iraniane hanno annunciato la propria mobilitazione, mentre Hezbollah in Libano ha garantito il proprio sostegno all’Iran. E proprio in Libano si sono registrati diversi attacchi israeliani in concomitanza con l’inizio delle operazioni contro Teheran.
Stando alle prime notizie disponibili la campagna di eliminazioni mirate non avrebbe, tuttavia, prodotto i risultati sperati da Washington e Tel Aviv: la guida suprema Khamenei era già stata trasportata in una locità sicura fuori dalla capitale, mentre è fallito anche il tentativo di eliminare l’attuale presidente Pezeskhian ed il suo predecessore Ahmadinejad. Secondo fonti israeliane sarebbe stato ucciso il ministro della Difesa iraniano Mohammad-Reza Gharaei Ashtiani insieme a due alti comandanti dei Pasdaran, ma non ci sono conferme.
Nel pomeriggio, poi, è arrivato l’annuncio che in molti temevano: gli iraniano hanno comunicato la chiusura dello stretto di Hormuz, tratto di mare attraverso cui transita quasi il 30% del petrolio ed il 25% del gas naturale immesso sui mercati mondiali. Il blocco del traffico o, peggio, l’affondamento di una o più petroliere si tradurrà quasi certamente da un rialzo dei prezzi all’apertura delle contrattazioni lunedì mattina. Un rialzo che prima dell’annuncio della chiusura dello stretto era stato stimato tra i 10 ed i 20 dollari al barile.

