Così Trump soffia sul fuoco della secessione canadese

Non bastava la Groenlandia, ora nella strategia trumpiana che mira a ridisegnare gli equilibri del “bastione nord America” – ovvero il ridotto geopolitico da cui Washington intende giocare la sua partita globale – entra anche il Canada. O meglio l’Alberta, uno degli stati che lo compongono.
Da tempo in Alberta serpeggia un crescente malcontento nei confronti del governo centrale – o meglio, dei governi liberali che si sono succedutisi nel corso degli ultimi anni ad Ottawa – responsabili secondo alcuni di limitare con rigide normative di tutela ambientale il settore petrolifero, principale fonte di ricchezza per l’Alberta e per lo stesso Canada. Un malcontento che negli ultimi tempi si è incarnato anche nel crescente attivismo di circoli indipendentisti. In realtà non proprio una novità per il Canada che, sul finire del secolo scorso, per ben due volte ha visto la provincia francofona del Qebec andare al voto nel tentativo di rendersi indipendente dal resto del Canada anglofono.
Al momento l’indipendentismo dell’Alberta è un fenomeno minoritario, anche se non irrilevante – secondo le ultime rilevazioni statistiche circa il 20% dei cittadini dell’Alberta sarebbe tentato dalla soluzione indipendentista – che tuttavia sarebbe rimasto confinato su un piano strettamente locale se alla Casa Bianca vi fosse stato un presidente diverso da Donald Trump.
Questi fin dalle prime settimane del suo secondo mandato presidenziale è entrato in conflitto con il primo ministro canadese Mark Carney, tanto da dichiarare una vera e propria guerra dei dazi con il vicino nordamericano. Guerra di cui, proprio ieri, Trump ha perso un’importante battaglia: la Camera, a maggioranza repubblicana, ha votato a favore del blocco dei dazi imposti ad Ottawa, bocciando sonoramente la politica di Trump grazie al voto determinante di sei deputati del Gop.
In questo contesto così conflittuale, gli indipendentisti dell’Alberta sono apparsi agli occhi dell’amministrazione Trump come una carta più che interessante da giocare sul tavolo del confronto con Ottawa.
È così che una loro delegazione nelle scorse settimane è stata ricevuta da funzionari del Dipartimento di Stato a Washington. Incontro su cui gli Stati Uniti hanno mantenuto un basso profilo, ma che gli indipendentisti hanno usato per rilanciare la propria campagna di raccolta firme per arrivare alla celebrazione di un referendum per separarsi dal Canada.
Il traguardo da raggiungere è quello delle 177mila sottoscrizioni entro il prossimo 2 maggio, risultato che se dovesse essere raggiunto potrebbe consentire di tenere il referendum già entro l’estate. Al momento non ci sono dati disponibili su come stia procedendo la campagna di raccolta firme, di certo il riaccendersi della fiamma secessionsta rende più difficile il tentativo di Carney di compattare il Canada per meglio resistere alle pressioni economiche e politiche che arrivano dagli Stati Uniti. Anche per questo il primo ministro canadese sta lavorando alla revisione, in senso meno restrittivo, di alcune norme ambientali, agevolando l’industria petrolifera ed estrattiva.
A complicare il cammino di Carney c’è, come visto, il Qebec: qui il Parti Québecois è dato intesta ai sondaggi in vista delle elezioni di ottobre e tra i suoi impegni elettorali c’è l’indizione di un nuovo referendum per l’indipendenza della regione entro il 2030.
Magari prossimi messaggi social di Trump saranno in francese.

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