Un referendum: è questa l’ultima carta che il presidente ucrainio Zelensky lancia sul tavolo di una trattativa che vede Kiev sempre più distante da Washington. Il nodo da sciogliere è sempre lo stesso: il riconoscimento della sovranità russa su quel 20% di Ucraina già conquistata e il ritiro da quella parte di Donbass, circa 5mila chilometri quadrati, ancora controllata dall’esercito ucraino.
Un pegno territoriale che gli Stati Uniti ritengono ormai inevitabile, ma che Zelensky sa di non poter accettare, anche per evitare la reazione di quei settori ultranazionalisti che sono stati chiamati nel corso della guerra a formare alcune delle più agguerrite unità dell’esercito ucraino. E così si è allo stallo attuale, anche se le pressioni statunitensi sembra stiano lentamente aprendo una breccia.
Ieri mattina il quotidiano francese Le Monde riportava una dichiarazione del consigliere del capo dell’Ufficio presidenziale ucraino Mykhailo Podolyak con cui, in buona sostanza, si rendeva nota la disponibilità di Kiev ad accettare una zona smilitarizzata in Donbass. Dichiarazione poi smentita nel corso della giornata dal consigliere presidenziale ucraino per le comunicazioni Dmytro Lytvyn.
Fraintendimento da parte dei giornalisti di Le Monde? Fuga in vanti di Podolyak? Un segnale lanciato a Washington? Al momento ogni ipotesi resta in campo, così come la sortita di Zelensky sulla necessità di un voto popolare per eventuali cessioni territoriali può essere interpretata sia come una chiusura verso le richieste della Casa Bianca, accusata senza mezzi termini di essere troppo accondiscendente verso le richieste che arrivano da Mosca, sia come un tentativo di cercare una legittimazione popolare per aggirare sia l’opposizione dei circoli ultranazionalisti sostenitori della guerra ad oltranza, sia la previsione costituzionale che prevede l’inviolabilità dei confini ucraini, dunque l’impossibilità di riconoscere de iure la sovranità russa sulla Crimea e sui quattro Oblast conquistati parzialmente dall’inizio della guerra nel febbraio 2022.
Intanto che la situazione sia in continua evoluzione lo confermano anche le notizie che arrivano dalla Germania: il cancelliere Friedrich Merz, commentando la bozza di piano di pace messa a punto dagli europei, ha sottolineato come al suo interno sia contemplata un’ipotesi di concessioni territoriali che il governo di Kiev «potrebbe accettare».
L’impressione, dunque, è che dinanzia alla posizione statunitense – ovvero alla volontà di chiudere il conflitto in Europa in tempi brevi anche per riallacciare un dialogo con la Federazione Russa – e soprattutto nell’impossibilità di sostituire completamente gli Stati Uniti nel sostegno economico e militare a Kiev, anche i “volenterosi” europei stiano iniziando ad accettare l’idea che un accordo per arrivare alla fine della guerra non potrà non prevedere sacrifici territoriali per l’Ucraina. Anche perché il campo di battaglia ha drammaticamente dimostrato l’incapacità di Kiev di riprendere manu militari il terreno perso: il disastroso esito della controffensiva lanciata nell’estate del 2023 sul fronte meridionale è lì a dimostrarlo.
I prossimi giorni vedranno numerosi incontri diplomatici – non è ancora dato sapere se anche inviati statunitensi prenderanno parte ai colloqui già in calendario tra diversi leader europei – solo alla fine di questo nuovo giro di consultazioni sarà possibile avere un quadro più preciso della situazione, in continua evoluzione. Salvo che Trump non stupisca tutti con uno dei suoi colpi ad effetto.

