Cento giorni al Mondiale 2026: C’è il rischio che venga annullato?

Mancano 100 giorni al ventitreesimo Mondiale di Calcio della storia. E mai come oggi, con il mondo in fiamme, sono pesanti le incertezze sul suo regolare svolgimento. Con o senza l’Italia qualificata. 11 giugno – 19 luglio 2026: 48 squadre partecipanti, 104 partite, 16 stadi tra Stati Uniti, Canada e Messico. È il primo “Mondiale diffuso” della storia. Al momento sono 42 la nazioni qualificate, ed entro la fine di marzo i playoff restituiranno il quadro completo delle squadre partecipanti. Ma le tensioni geopolitiche stanno impattando in maniera non indifferente su quella che dovrebbe essere la più grande – e bella – manifestazione sportiva.
L’ultima bomba, per usare un eufemismo, è la partecipazione dell’Iran sempre più in forse in seguito agli attacchi sul Paese condotti da Stati Uniti e Israele. Mehdi Taj, presidente della Federcalcio iraniana, ha dichiarato alla Tv di stato: “È improbabile che possiamo guardare con fiducia alla Coppa del Mondo, anche se la decisione finale spetta agli organismi sportivi”. Per trovare l’unico precedente di una Nazione che si ritira dal Mondiale bisogna andare indietro fino al 1950 quando l’India non partecipò alla coppa del Mondo in Brasile perché La federazione indiana non poteva coprire i costi della trasferta.
Ma non è solo l’ultima guerra del Golfo a mettere a rischio il Mondiale. Le politiche condotte dalla presidenza Trump negli Stati Uniti in materia di economia e immigrazione hanno alimentato le tensioni. Sono molte le nazioni la cui partecipazione è incerta: Svezia e Danimarca in primis. Entrambi i Paesi scandinavi, infatti, stanno valutando l’ipotesi di un boicottaggio della Coppa del Mondo, dato che la linea dura di Washington sull’immigrazione impedirebbe a molti tifosi di raggiungere gli Stati Uniti. Anche in Germania si sta valutando la situazione. Alla luce delle politiche sui dazi, Oke Göttlich, vice-presidente della Federcalcio Tedesca (DVB) e presidente del St.Pauli, si è fatto portavoce della possibilità di un boicottaggio come forma di pressione politica, sostenendo che anche il calcio non possa più considerarsi estraneo al contesto geopolitico che lo ospita. Il governo tedesco si chiama fuori e lascia che siano le autorità sportive a decidere.

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