Braccianti agricoli stranieri, pesacane (Arci Basilicata) “basta luoghi comuni”

«La narrazione tossica e propagandistica che porta paura va superata: queste persone fanno parte della nostra economia e meritano rispetto e diritti». Così Paolo Pesacane, avvocato, presidente di Arci Basilicata, già assessore alle Politiche sociali alla Provincia di Potenza, cerca di fare chiarezza, sfatare luoghi comuni sui braccianti agricoli stagionali, spesso inseriti in una narrazione emergenziale dell’immigrazione che finisce per confondere chi lavora nei campi da anni con chi approda oggi sulle nostre coste a bordo di barconi. Fra gli autori del rilancio del campo, allestito all’interno dell’ex Tabacchificio di Palazzo San Gervasio, nell’Alto Bradano in Basilicata, Pesacane spiega come è organizzata l’accoglienza per il 2025. A partire dal nuovo percorso intrapreso con la Regione che ha finanziato, con oltre 800 mila euro provenienti da fondi Fami e Fse, interventi di «rifunzionalizzazione e ristrutturazione», con il tabacchificio di Palazzo che diventa parte integrante di un progetto stabile e condiviso di accoglienza e integrazione.

Presidente, braccianti, migranti, extracomunitari, spesso nell’immaginario collettivo si confondono.

«Purtroppo e per via di una narrazione tossica e propagandistica che porta paura. Bisogna però capire che i i braccianti stagionali lavorano stabilmente nei nostri campi ormai da anni, se non decenni. Alcuni di loro sono arrivati sui barconi, ma 20 anni fa, ora sono regolari e molti risiedono in Italia e si spostano lì dove c’è richiesta in base alle campagne. Inoltre volevo precisare un altro aspetto…».

Prego.

«Bisogna uscire dalla narrazione emergenziale perché per questa non è un’emergenza queste persone fanno parte della nostra economia e meritano rispetto e diritti».

Che cosa offre la struttura ai lavoratori stagionali?

«Il Tabacchificio vuole essere una risposta pubblica, non caritatevole, a un bisogno reale del territorio. Oltre a posti letto e servizi essenziali, c’è una vera presa in carico: trasporti verso i campi e i presidi sanitari, mediazione culturale, sportelli legali, animazione sociale. Il refettorio è autogestito, i nostri operatori accompagnano gli ospiti a fare la spesa. Anche molte aziende agricole si stanno rivolgendo direttamente a noi: significa che si può lavorare insieme per sottrarre terreno all’illegalità».

Chi sono oggi i lavoratori che accogliete?

«Molti vivono stabilmente in Italia, soprattutto tra Campania, Calabria e Puglia. Sono cittadini del Burkina Faso, Mali, Senegal, Costa d’Avorio, Sudan, Ghana, Guinea. Seguono le stagioni di raccolta: patate in Sicilia, pomodori in Puglia, mele in Trentino. Non è un’invasione, ma una mobilità circolare, come quella dei nostri nonni quando emigravano per lavorare. Nel centro ci sono 224 lavoratori, ma in alcuni casi è arrivato ad ospitarne 400».

Gli spazi sono sufficienti?

«Con la Protezione civile abbiamo allestito le tende, ma di concerto con la Regione Basilicata, stiamo lavorando in un’ottica di accoglienza diffusa e di integrazione. Questi lavoratori hanno bisogno di case in cui abitare per i periodi di raccolta. Vogliamo che questo centro sia un punto di partenza, non di arrivo. L’obiettivo è favorire, nel tempo, il recupero di case sfitte nei paesi vicini come Banzi, Maschito e Forenza, per costruire un modello di integrazione più stabile, fatto di relazioni e partecipazione».

Che cosa offre la struttura ai lavoratori stagionali?

«Il Tabacchificio vuole essere una risposta pubblica, non caritatevole, a un bisogno reale del territorio. Oltre a posti letto e servizi essenziali, c’è una vera presa in carico: trasporti verso i campi e i presidi sanitari, mediazione culturale, sportelli legali, animazione sociale. Il refettorio è autogestito, i nostri operatori accompagnano gli ospiti a fare la spesa. Anche molte aziende agricole si stanno rivolgendo direttamente a noi: significa che si può lavorare insieme per sottrarre terreno all’illegalità».

Caporalato e sfruttamento, come si possono combattere?

«Occorre continuità, presenza istituzionale, strumenti di intermediazione legale tra domanda e offerta di lavoro. Vengono ancora pagati a cassone».

Gestirete il campo fino al 2028 insieme al consorzio Officine Solidali Ets di cui fate e insieme alla coop sociale Vida, quali progetti?

«Ci auguriamo che Palazzo diventi un modello replicabile: accoglienza dignitosa, servizi sociali diffusi, e un lavoro comune tra istituzioni, terzo settore e imprese agricole. Solo così si può costruire una filiera etica, libera dallo sfruttamento, e una società più giusta per tutti».

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