Ancora una volta Davide ha battuto Golia. Questa volta ad indossare i panni del personaggio biblico è il primo ministro belga Bart De Wever, mentre sono ben due i giganti che finiscono al suolo, entrambi tedeschi: il cancelliere Friedrich Merz e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Il colpo di fionda con cui Davide – De Wever abbatte i Golia teutonici è l’abile lavoro diplomatico che – sfruttando le perplessità di altri membri dell’Unione, Italia inclusa – ha impedito che dal consiglio europeo arrivasse il via libero all’impiego dei beni russi “congelati” in Europa per sostenere le finanze dell’Ucraina, Paese tecnicamente fallito in assenza di un robusto trasferimento di risorse dall’estero.
A provocare la ferma opposizione di Bruxelles all’impiego dei fondi russi, custoditi in massima parte proprio in Belgio, il timore di contenzioni legali con la Federazione Russa e, soprattutto, il rischio di dover pagare risarcimenti miliardari, considerata la fragilità – ad essere generosi – delle valutazioni giuridiche messe sul tavolo per giustificare l’utilizzo delle risorse russe “congelate”. «La politica – ha dichiarato De Wever al termine dei lavori – non è una questione emotiva, è razionalità. Alcuni volevano punire Putin usando il suo denaro, ma oggi ha prevalso il buon senso».
E così, al termine di una riunione conclusasi alle quattro di sabato mattina, la soluzione messa in campo dall’Unione Europea per evitare la bancarotta di Kiev è quella di un prestito da novanta miliardi di euro, fondi da erogare nel corso del biennio 2026/2027. Novanta miliardi che arriveranno da prestiti contratti dall’Unione Europea sui mercati di capitali, indebitamento garantito dal bilancio pluriennale comunitario. Quanto alla restituzione del prestito da parte di Kiev, questa è subordinata al pagamento delle riparazioni di guerra russe al termine del conflitto. È bene sottolineare, però, come questa sia un’ipotesi tutta verificare, considerato che al momento non esiste alcun piano di pace definito che contenga una clausola in tal senso.
Archiviata, dunque, l’idea di utilizzare direttamente i beni russi per finanziare l’Ucraina, si è ripiegato sul “piano B”, ovvero sul prestito da novanta miliardi. Ma anche in questo caso l’Unione Europea è apparsa più che disunita. Se la soluzione del prestito è stata sufficiente a placare i dubbi e le perplessità di Paesi come Italia, Bulgaria e Malta, tre Paesi hanno deciso di dare via libera al prestito solo a condizione che questo non avesse alcun impatto sui rispettivi obblighi finanziari verso l’Unione. In buona sostanza Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca pur non rompendo formalmente lo schema del sostegno all’Ucraina, si sono chiamate fuori dai rischi di un eventuale insoluto ucraino o di altre complicazioni derivanti dal ricorso ai mercati di capitali per recuperare i novanta miliardi da girare a Kiev. Il nuovo “gruppo di Visegrad”, insomma, c’è e fa sentire la sua presenza.
E senza dubbio i suoi componenti vanno annoverati tra i vincitori di questa complessa partita. Così come non è difficile vedere Ursula von der Leyen in una situazione di grande difficoltà politica: la presidente della commissione aveva ampiamente annunciato che suo obiettivo era quello di continuare a finanziare Kiev, ma nonostante questo traguardo sia stato raggiunto, le modalità con cui è arrivato l’accordo sul prestito mostrano tutte le divisioni interne all’Unione, con una crescente opposizione alla linea bellicista incarnata da figure come quella di Kaja Kallas, l’estone alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, punta di lancia dell’oltranzismo di baltici e scandinavi.

