In principio fu la Pallacanestro Salerno del compianto patron Alfonso Siano, poi toccò al Delta Basket, guidato da Luciano Pierri, infine Mimmo Sorgente. Energia, soldi, passione al servizio della pallacanestro cittadina, con un’idea cocciuta e a tratti utopistica, quella di fare di Salerno una piccola “basket city”. I momenti di esaltazione non sono mancati, a partire dalle bombe di Antonucci, all’acerbo ma già abbacinante talento del battipagliese Peppe Poeta, e gli schemi disegnati con maestria da coach del calibro di Andrea Cabonianco e Marco Ramondino, senza dimenticare la nidiata di argentini guidati da un certo Bruno Cerella. Eppure, della polvere di stelle che fu, dopo un decennio di difficoltà logistiche, economiche e strutturali che porteranno entrambe le società a un disimpegno graduale dal (tenuto in vita se non altro da forieri settori giovanili) sembrava poter sorgere una nuova alba. A scacciare anni bui per chi faceva della palla a spicchi principale portata del proprio weekend sportivo, tanto da sentirsi a casa solo sugli spalti del PalaSilvestri, fu L’arrivo della Virtus Arechi Salerno, e del campionato nazionale di serie B. Il traguardo, mai toccato prima d’allora, sembrò un detonatore per gli appassionati, un regalo inaspettato dopo tanto penare. L’effetto fu fragoroso, e amplificato dalla contemporanea contestazione di gran parte del tifo organizzato della Salernitana nei confronti di Claudio Lotito, con il conseguente avvicinamento alla società cestistica di patron Renzullo lontana da logiche di multiproprietà e di galleggiamento (vero o presunto). I
l clima che si respirava a Matierno sembrava il preludio a un clamoroso approdo in serie A2, solo sfiorato però, e in qualche modo premonitorio. Il trasferimento al PalaLongo di Capriglia aumentò le distanze tra la squadra e la “sua” gente, il Covid pure diede una bella mazzata, e dopo un paio di stagioni negative (non a livello giovanile, dove si sono raggiunte 5 vittorie di campionati regionali e due partecipazioni alle finali nazionali), lo scorso giugno la decisione tanto sofferta quanto temuta. Stop definitivo alle attività, “per difficoltà logistiche e altri ostacoli insoromontabili”. Il pensiero, inutile girarci intorno, è andato subito alla sanguinosa situazione strutturale e impiantistica, tra i limiti del PalaSilvestri (oggetto poi di un restyling ma comunque non idoneo a un campionato di B nazionale), la posizione e le contraddizioni del Palazzetto di Pellezzano (oltre che gli elevati costi di gestione), e le promesse, per anni restate solo tali di un PalaSport nei pressi dell’Arechi. Non è un mistero che gli imprenditori siano stati attirati sul territorio con la promessa di un impianto nuovo di zecca dove investire e poter crescere, non solo a livello meramente sportivo. Soprattutto situato in città. E’ stato così con Renzullo, che da Sarno aveva scelto di “scommettere” su Salerno, è stato così con Luca Renis, patron della Power Basket, fu Bellizzi, poi Salerno, ora Nocera. Dal dilettantismo al campionato di serie B Interregionale, poi l’acquisizione del titolo della Virtus Arechi Salerno e di nuovo un campionato di serie B Nazionale, un ippocampo come logo a ribadire il proprio attaccamento al territorio. Eppure, dopo la salvezza, lo scorso giugno, un altro fulmine a ciel sereno. L’annuncio del trasferimento al PalaCoscioni di Nocera (già sold out alla prima per il derby con Caserta), il cambio di nome (e di logo), motivato con l’obiettivo di trovar “una soluzione logistica funzionale e adeguata alle esigenze del progetto tecnico e imprenditoriale, in grado di offrire una maggiore capienza, una struttura moderna e nuovi scenari di sviluppo sportivo e organizzativo, coerenti con le ambizioni societarie”.
In pochi soldoni, l’addio al basket nazionale a Salerno, dove a rimbalzo, almeno per il momento, ad eccezione delle ragazze del Salerno Basket ’92 (serie A2 femminile), non va più nessuno.

