Legge elettorale. Palazzo Chigi prende tempo. Crescono i dubbi tra le forze di Governo: l’ipotesi del secondo turno perde quota. Scontro sulle norme di genere e nuovo compromesso sui “piccoli partiti”
ROMA – Il percorso della nuova legge elettorale si complica. A poche ore dalla scadenza per la presentazione degli emendamenti, l’ipotesi del ballottaggio nazionale – cavallo di battaglia di una parte del centrodestra – appare sempre più fragile. Forza Italia e Lega manifestano dubbi crescenti, mentre Palazzo Chigi valuta con prudenza gli scenari possibili. Sul fronte opposto, le opposizioni promettono un muro compatto contro qualsiasi forma di secondo turno, definito “incostituzionale e pericoloso”. La frenata arriva da entrambi i partiti chiave della coalizione. La Lega teme che il doppio turno possa alterare gli equilibri interni, favorendo la dispersione del voto al primo turno e rafforzando formazioni esterne al centrodestra. Forza Italia, dal canto suo, continua a valutare formule alternative, ma non considera più il ballottaggio una soluzione solida. Il risultato è che l’ipotesi di un emendamento unitario sul secondo turno perde quota. La maggioranza si avvia verso un confronto parlamentare frammentato, con proposte diverse e nessuna sintesi politica. A Palazzo Chigi prevale la cautela. Il governo vuole evitare che la riforma elettorale diventi un detonatore di tensioni interne proprio alla vigilia della sessione di bilancio. La linea è quella di non forzare la mano: lasciare che il dibattito maturi in Parlamento e intervenire solo quando emergerà una posizione più chiara all’interno della coalizione. Il fronte progressista promette battaglia. Il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra contestano la compatibilità costituzionale del ballottaggio nazionale, ricordando che Camera e Senato hanno regole di elezione diverse e che un secondo turno unico rischierebbe di produrre risultati incoerenti tra i due rami del Parlamento. Il Pd richiama anche le perplessità espresse in passato dalla ministra Casellati, che aveva segnalato criticità tecniche e istituzionali. Nel frattempo si accende la polemica sulla rappresentanza di genere. La maggioranza lavora a un compromesso che prevede: fino a tre preferenze, capolista bloccato, correttivo di genere: se il primo nome è uomo, il secondo deve essere donna (e viceversa). Non ci sarà invece una alternanza rigida tra tutti i capilista, scelta che ha suscitato critiche da parte delle opposizioni e di alcune associazioni. Sul fronte delle soglie, la maggioranza valuta modifiche alla norma “taglia cespugli”. Il testo della Camera esclude dal totale della coalizione i voti delle liste sotto il 3%, salvo quella con il risultato migliore. La Lega spinge per abbassare la soglia, recuperando i voti delle liste sopra l’1%. Sul tavolo anche un compromesso al 2%, che potrebbe diventare la soluzione più praticabile. La scadenza degli emendamenti e la convocazione della commissione Affari costituzionali rendono la giornata decisiva. Il calendario del Senato è serrato: 9 settembre avvio della discussione in Aula, 15 settembre voto finale. La maggioranza vuole evitare che la riforma si impantani quando inizierà la sessione di bilancio. Per questo, sul ballottaggio, almeno per ora, ognuno avanzerà con la propria proposta.


