I numeri analizzati ieri mostrano, intutta evidenza, come la crisi del comparto automobilistico assuma un valore – meglio, una gravità – ancor più rilevante se vista da una prospettiva meridionale.
I dati, del resto, non mentono: il raffronto tra la produzione dei primi nove mesi del 2023 con quella dello stesso periodo del 2024 mostra un segno meno in tutti gli stabilimenti meridionali. A Pomigliano il calo è del 6%, a Melfi addirittura del 62%, ad Atessa del 10%; il calo complessivo nelle regioni del Sud è del 25%. Cali di produzione che si inseriscono in un generale contesto negativo, come visto, che investe anche gli stabilimenti di Mirafiori, Modena e Cassino.
Altro aspetto da non sottovalutare è quello legato alla componentistica: rispetto alle imprese delle regioni centro-settentrionali, che sono riuscite a riorientare parte della produzione verso la Germania, quelle meridionali sono maggiormente legate all’attività degli stabilimenti Stellantis, dunque la riduzione dei volumi di produzione di questi ultimi ha un impatto negativo immediato e diretto sull’indotto. Anche se, a onor del vero, con la crisi del comparto auto tedesco anche le imprese settentrionali della componentistica non se la passano proprio benissimo.
I recenti investimenti di Stellantis in alcuni stabilimenti all’estero contribuiscono, poi, a disegnare un futuro preoccupante per il comparto auto meridionale e, più in generale, italiano.
A Kenitra, in Marocco, Stellantis ha dato il via ad un piano di investimenti da 1,2 miliardi di euro finalizzato ad aumentare la produzione dagli attuali 200mila veicoli a 535mila, con l’assunzione di oltre 3mila addetti. Intanto, tramontata ogni ipotesi di utilizzare gli stabilimenti del Mezzogiorno, ha preso il via la produzione della Grande Panda presso la fabbrica serba di Kragujevac, seppur ad un ritmo inferiore a quello originariamente previsto. Tanto che l’azienda continua a proporre ai lavoratori dello stabilimento di Melfi una “trasferta” in terra serba per far fronte alla domanda.
Nell’attesa di una inversione di tendenza che al momento appare difficile anche solo immaginare – stante la profonda crisi europea del settore, in Italia aggravata da ormai “storici” ritardi e lentezze – non resta altro da fare che provare a mantenere alta l’attenzione su una crisi dagli effetti potenzialmente devastanti non solo per l’industria meridionale, quanto per la tenuta stessa del sistema socio-economico del Mezzogiorno. (2 – segue)

