Cresce l’occupazione, non si arresta l’emigrazione giovanile. È un vero e proprio “paradosso Mezzogiorno” quello che emerge dai dati relativi al lavoro ed alla mobilità dei giovani meridionali contenuti nell’edizione 2025 del rapporto Svimez, documento che ogni anno traccia il profilo socio-economico delle regioni del Sud. Tra i tanti spunti offerti dal rapporto, che saranno oggetto di un esame analitico nei prossimi giorni, quello che maggiormente balza agli occhi per la sua – apparente – incongruenza è proprio il rapporto tra la robusta crescita occupazionale che si è registrata in tutte le regioni meridionali nel periodo 2021/2024 e il flusso migratorio costante di giovani, in particolare laureati. Segno che il mercato del lavoro al Sud presente evidenti incongruenze e criticità.
Ma andiamo con ordine, osservando più in dettaglio l’andamento dell’occupazione nelle regioni meridionali nel quadriennio in esame. A fronte di una media nazionale del + 6,1%, nel Sud l’occupazione è cresciuta dell’8%, pari a circa 480mila nuovi posti di lavoro, grazie soprattutto a due elementi: assunzioni nella pubblica amministrazione ed avvio delle opere previste dal Pnrr, con ricadute immediate e dirette per il comparto edile, già beneficiario delle misure legate al superbonus. In Campania nel settore costruzioni si è registrato un aumento record dell’occupazione del 33,8%, seguito dai servizi con un +9,2% e dall’agricoltura con +4,4%; sensibile la contrazione nel comparto industriale, con un calo degli occupati del 6,9%. Occupazione in crescita nel comparto agricolo anche in Basilicata, +5,4%, mentre crolla il comparto industriale: -10,9%.
Un aspetto interessante evidenziato dal rapporto Svimez è dato «dal forte aumento degli occupati con almeno 50 anni, per effetto sia dell’invecchiamento demografico, sia dal rallentamento dei flussi in uscita dal mercato del lavoro». Se questa anagrafica è caratteristica comune a tutte le regioni italiane, peculiare del Mezzogiorno è il divario di genere legato all’aumento dell’occupazione: l’aumento dell’occupazione femminile è stato più corposo rispetto a quella maschile, 10.2% rispetto al 6.8%.
Per quel che concerne l’occupazione degli under 35 va notato che su un totale di 461mila nuovi occupati nel quadriennio 2021/2024 circa 100mila sono al Sud, con un aumento del 6.4%, sensibilmente più alto rispetto alla media nazionale del 5.3%. Incremento di cui hanno beneficiato in particolare i giovani laureati: 6 nuovi occupati su 10 al Mezzogiorno, infatti, sono laureati. E se questo dato è in parte motivato con la richiesta di professionisti dell’informazione e della comunicazione – tanto nel settore privato come in quello pubblico -, va però evidenziato un aspetto critico: il primo settore di nuova occupazione giovanile è il turismo, comparto che assorbe oltre un terzo dei nuovi lavoratori under 35. Comparto che, com’è noto, non necessita, se non in minima misura, di professionalità qualificate. Emerge così una delle principali componenti di quello che abbiamo definito “paradosso Mezzogiorno”, ovvero che «è ancora troppo significativa la componente di nuovi ingressi dei giovani, anche laureati, in settori a bassa domanda di competenze e bassi salari», come recita il report Svimez.
A fronte di questa scarsa offerta di lavoro qualificato, cercare migliori opportunità nelle regioni settentrionali o all’estero resta una soluzione allettante per oltre 175mila giovani meridionali: tra questi ci sono 40mila laureati che ogni anno lasciano le regioni meridionali alla ricerca di un’occupazione coerente con la propria formazione e le proprie aspettative professionali. Un esodo che ha un costo economico enorme: «La perdita secca cumulata per il Mezzogiorno – si legge nel rapporto Svimes -, stimata in termini di costo di formazione dei laureati che hanno maturato il proprio capitale umano nel Sud e poi si sono trasferiti altrove, è, tra il 2020 e il 2024, di circa 6,7 miliardi di euro l’anno per coloro che si trasferiscono al Centro-Nord cui si aggiungono ulteriori 1,2 miliardi per gli expat». Un vero e proprio salasso.
Unica possibile soluzione per ovviare a questa situazione è un sensibile miglioramento della qualità del lavoro, da realizzare soprattutto attraverso investimenti in grado di generare una «domanda stabile di competenze avanzate». Prospettiva, tuttavia, che appare difficile si concretizzi a breve in un Mezzogiorno in cui «il principale canale di ingresso nel mercato del lavoro continuerà a essere offerto dai settori a più basso valore aggiunto».

