Esiste un filo invisibile che lega i campi polverosi della Torino di inizio secolo alle nebbie fitte della valle del Tamigi. È un filo tracciato dai tacchetti di Attilio Fresia, un nome che oggi molti appassionati di calcio faticano a ricordare, ma che rappresenta la prima, audace crepa nel muro che separava il calcio italiano dal professionismo britannico. Fresia non fu solo un calciatore: fu un pioniere, un ribelle e, suo malgrado, la vittima sacrificale di un sistema che non era ancora pronto a diventare industria.
Attilio Fresia nasce a Torino nel 1891. La città, all’epoca, è il centro nevralgico del calcio in Italia. Si gioca ovunque: nelle piazze d’armi, nei parchi, sui prati che costeggiano il Po. Fresia cresce nel Torino, poi passa al Piemonte, mettendosi in luce come un “centromediano” moderno.
In un calcio ancora tatticamente elementare, lui è un’eccezione: ha la visione di gioco di un architetto e il dinamismo di un mezzofondista. È un calciatore carismatico, ma dal carattere difficile.
Lo chiamano “anarchico” non per appartenenza politica, ma per l’incapacità di piegarsi alle rigide gerarchie delle società di allora, gestite da aristocratici o ricchi industriali. Nel 1913, Fresia approda al Genoa, il club più titolato d’Italia. Ed è qui che la sua vita prende una piega inaspettata.
Nel 1913 il calcio italiano vive un’ipocrisia di fondo. Ufficialmente è dilettantistico: i giocatori non possono essere pagati. Ufficiosamente, i grandi club usano rimborsi spese gonfiati o offrono posti di lavoro fittizi per accaparrarsi i migliori talenti.
Il Genoa, per strappare Fresia all’Andrea Doria (l’altra squadra di Genova), decide di passare alle vie brevi: gli offre 400 lire sonanti. Qualcuno parla. Forse una soffiata dei rivali cittadini, forse l’eccessiva spavalderia di Fresia. La FIGC interviene con un pugno di ferro senza precedenti. Il Genoa viene multato e Fresia viene squalificato per due anni. Per un giovane di ventidue anni all’apice della forma, è una condanna a morte sportiva. Ma è proprio in questo momento di disperazione che si apre la porta dell’Inghilterra.
Mentre Fresia sconta la sua squalifica, il Reading FC, squadra inglese di terza divisione (Southern League), è in tournée in Italia. Gli inglesi sono i maestri assoluti, quelli che hanno inventato il gioco e che lo praticano a livello professionistico da decenni. Vedono Fresia in un’amichevole, ne ammirano la tecnica superiore e scoprono il suo status di “esiliato”. Per il Reading, Fresia è un affare: un giocatore di classe cristallina prendibile per poche sterline.
Per Fresia, l’Inghilterra è la terra promessa, l’unico posto dove può essere pagato legalmente per fare ciò che ama. Il trasferimento viene finalizzato per 17 sterline. Il 1° dicembre 1913, Attilio Fresia sale su un treno diretto a nord, diventando ufficialmente il primo calciatore italiano ad essere ingaggiato da un club inglese. Un italiano tra i giganti L’impatto con il calcio britannico è brutale. Non è solo una questione di lingua o di nostalgia della cucina torinese. Il calcio inglese è fisico, violento, giocato su campi pesanti e con palloni che, bagnati dalla pioggia costante, pesano come macigni. Fresia, abituato ai ritmi più compassati e tecnici del campionato italiano, fatica ad imporsi. Gioca principalmente con la squadra riserve, faticando a trovare spazio in prima squadra. La stampa locale lo osserva con curiosità: lo chiamano “l’italiano stravagante”. Ma nonostante le difficoltà tattiche, la sua tecnica individuale brilla. Resta a Reading solo sei mesi, collezionando poche presenze ufficiali, ma lasciando un’eredità storica incalcolabile. È lui a dimostrare che il calciatore italiano può uscire dai confini nazionali, che esiste un mercato internazionale. Nel 1914, con l’aria d’Europa che si fa pesante per i venti di guerra, Fresia decide di tornare in Italia. La squalifica è stata condonata grazie alla “buona condotta” all’estero. Veste la maglia del Modena, poi quella del Casale. Riesce persino a debuttare in Nazionale, un onore che sancisce il suo valore tecnico nonostante le peripezie burocratiche. La Grande Guerra spezza la sua carriera, come quella di un’intera generazione. Al ritorno dal fronte, Fresia prova a reinventarsi come allenatore. Ha imparato molto in Inghilterra: porta in Italia nuovi metodi d’allenamento, lo studio dei fondamentali, la cura maniacale del fisico. Inizia ad allenare il Modena con ottimi risultati, ma la salute lo tradisce. Colpito da una grave forma di tisi, Attilio Fresia si spegne a soli 32 anni, nell’aprile del 1923. Muore povero e quasi dimenticato, lasciando dietro di sé il primato di un viaggio che nessuno, per decenni, avrebbe avuto il coraggio di replicare.

