di Stefano Masi
L’articolo di Isabella d’Amato (La Stampa) ci ha dato lo spunto per la riflessione di oggi.
Per decenni, l’industria del pet food è stata un modello virtuoso di economia circolare, quasi senza saperlo.
Mentre oggi ci affanniamo a cercare soluzioni per ridurre gli sprechi del sistema alimentare, i nostri cani e gatti hanno svolto per anni un ruolo ecologico fondamentale: consumare le cosiddette “parti secondarie” degli animali, ovvero tutto ciò che l’industria del consumo umano scarta.
Oggi però questo equilibrio è a rischio. La tendenza alla “umanizzazione” dei nostri animali domestici sta trasformando una risorsa sostenibile in un nuovo peso per il pianeta.
Il valore ecologico del “quinto quarto”
Dal punto di vista della sostenibilità, l’uso di organi, cartilagini e tessuti connettivi nella produzione di crocchette non è solo una scelta economica, ma una necessità ambientale. Questi ingredienti, spesso etichettati genericamente come “sottoprodotti”, sono in realtà densi di nutrienti essenziali per i carnivori.
Utilizzarli significa onorare l’intero animale sacrificato, evitando che enormi quantità di biomassa finiscano inutilizzate e debbano essere smaltite con ulteriori costi energetici. In termini tecnici, si tratta di una “valorizzazione delle risorse”: se il pet food smettesse di usare questi scarti per passare a tagli pregiati, l’impatto ambientale della zootecnia esploderebbe, poiché dovremmo allevare molti più animali per soddisfare la stessa richiesta calorica.
Il mito della qualità “Human Grade”
Il mercato si sta muovendo verso prodotti definiti human grade (di qualità umana). Sebbene questo rassicuri i proprietari sulla sicurezza degli ingredienti, dal punto di vista ecologico è un passo indietro. Scegliere per il proprio cane un filetto di manzo o un petto di pollo al posto delle farine di carne significa mettere l’animale in diretta competizione con la filiera alimentare umana.
Le ricerche lo confermano: le diete che utilizzano sottoprodotti della macellazione hanno un’impronta ecologica drasticamente inferiore. Al contrario, il cibo umido e ricco di tagli pregiati può arrivare a emettere fino a sette volte più CO₂ rispetto alle tradizionali crocchette prodotte con ingredienti secondari.
Tornare alla sostenibilità delle origini
Se vogliamo davvero bene ai nostri compagni a quattro zampe e al pianeta che abitano, dobbiamo superare il pregiudizio verso lo “scarto”. Non è un ingrediente di serie B, ma lo strumento che permette al pet food di non essere una delle principali cause della crisi climatica.
In un mondo che cerca di ridurre le proprie emissioni, la ciotola più sostenibile rimane quella che non spreca nulla, trasformando ciò che noi non mangiamo in un pasto nutriente e a basso impatto. La vera sfida del futuro non sarà rendere il cibo dei cani più simile al nostro, ma riscoprire il valore di un’alimentazione che sappia sfruttare l’intera filiera alimentare, senza sprechi e con intelligenza ecologica.
Fonti:
- Gregory Okin (Università della California, 2017): Lo studio pubblicato sulla rivista Plos One intitolato “Environmental impacts of food consumption by dogs and cats”. È la ricerca cardine che ha quantificato per la prima volta l’impatto di CO₂ (64 milioni di tonnellate negli USA) e il consumo di carne dei pet.
- Scientific Reports (2022.
- Journal of Cleaner Production (Gennaio 2026):

