di Stefano Masi
Spesso confondiamo la parola selezione con allevamento. Questo malinteso causa frequenti problemi sia al benessere dei cani che alla consapevolezza dei futuri proprietari. Con queste righe spero di trasmettere alcuni concetti fondamentali per aiutare il lettore, e i cinofili meno esperti, a comprendere le motivazioni che nel tempo hanno spinto l’uomo a selezionare in purezza razze così diverse tra loro.
L’origine della cooperazione
L’etologo Konrad Lorenz, nel suo celebre saggio “E l’uomo incontrò il cane”, ha descritto magistralmente la nascita del legame tra la nostra specie e i canidi. Sebbene la scienza moderna abbia accertato che il cane discenda esclusivamente dal lupo (e non dallo sciacallo, come ipotizzato inizialmente da Lorenz), la sostanza del suo racconto resta valida. Il contatto iniziò probabilmente con l’auto-domesticazione: i lupi meno timorosi si avvicinavano agli accampamenti attirati dagli avanzi di cibo. Questo primo “baratto” spontaneo — nutrimento in cambio di protezione e allerta — ha dato il via a una storia millenaria di cooperazione e mutuo aiuto, trasformando un predatore selvatico nel compagno di vita che conosciamo oggi. Da quel momento — stimato tra i 15.000 e i 30.000 anni fa — l’uomo ha iniziato a utilizzare i soggetti più idonei ai compiti quotidiani: caccia, difesa del bestiame e custodia degli accampamenti. Si trattava di una selezione quasi naturale, guidata esclusivamente dall’utilità pratica, ben lontana dal concetto moderno di bellezza e tipicità di razza. Tuttavia, già 5.000 anni fa in Egitto e Mesopotamia si distinguevano tipologie morfologiche chiare: levrieri per la caccia a vista e possenti molossoidi per la guerra e la difesa. La selezione moderna, basata su standard estetici e morfologici rigorosi, è un fenomeno molto più recente, esploso nell’Epoca Vittoriana (XIX secolo) con la nascita dei primi club e delle esposizioni canine.
La cinofilia dell’era moderna
I primi passi verso la selezione sistematica furono compiuti da nobili e militari che, spinti dalla passione, iniziarono ad allevare in purezza i soggetti più performanti nelle loro mansioni. Nacquero così molte delle razze che conosciamo oggi, selezionate per attitudini specifiche come la ferma, il recupero o la difesa della proprietà.
In origine, i Club di razza e le esposizioni nacquero proprio per tutelare e migliorare queste caratteristiche. I raduni non erano “gare di bellezza” finalizzate alla conquista di una coccarda, ma vere e proprie prove zootecniche. L’obiettivo era valutare l’omogeneità dei soggetti e verificare che la loro anatomia fosse funzionale al lavoro. Il principio cardine era chiaro: “Selezionare per l’utilità del cane attraverso una morfologia propedeutica al lavoro”. Questo concetto è sopravvissuto con forza fino agli anni ’70 e ’80.
L’evoluzione degli ultimi trent’anni
Negli ultimi tre decenni, la cinofilia ha subito un’accelerazione (o per molti, un’involuzione) dovuta alla massiccia diffusione del cane domestico. Questo interesse globale ha trasformato il cane in un oggetto di mercato, attirando soggetti interessati al guadagno facile. Sebbene non vi sia nulla di male nel fare della cinofilia una professione onesta, il problema sorge quando l’inesperienza prende il sopravvento sui principi atavici della selezione.
Oggi assistiamo spesso a quello che potremmo definire “allevamento in batteria”, dove il concetto di selezione è quasi assente. Di conseguenza, molte esposizioni si sono trasformate in sfilate estetiche fini a se stesse. La coccarda o il trofeo sono diventati strumenti di marketing per vendere più cuccioli, trascurando la salute e l’attitudine: non sembra più importante se un cane da guardia non ha istinto di protezione o se un cane da ferma non sa più cacciare. Recuperare il legame tra forma e funzione resta, oggi più che mai, la sfida principale per la tutela delle razze canine.

