Se la guerra non fa registrare sostanziali novità sul campo di battaglia, anche la dilomazia si muove secondo un copione che va in scena, ormai, da almeno una decina di giorni: Trump continua ad oscillare nelle sue dichiarazioni pubbliche tra ultimatum in cui promette la distruzione totale dell’Iran e annunci di accordi di pace ormai prossimi ad essere raggiunti; da parte loro, invece, le autorità della Repubblica Islamica restano ferme sulle proprie posizioni: le proposte statunitensi sono «irrealistiche, illogiche ed eccessive».
A dirlo è il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, che ha altresì confermato che Teheran ha ricevuto le proposte di pace americane attraverso alcuni Paesi impegnati nel difficile tentativo di mediazione, quasi certamente Pakistan ed Egitto.
«La nostra posizione – ha detto ancora Baghaei – è chiara. Siamo sotto aggressione militare. Pertanto, tutti i nostri sforzi e le nostre energie sono concentrati sulla nostra difesa».
Insomma, una vera e propria doccia gelata per l’inquilino della Casa Bianca che, quasi contemporaneamente, dichiarava ai giornalisti che «il primo regime è stato decimato, distrutto, sono tutti morti. Il regime successivo è quasi morto, e il terzo regime… abbiamo a che fare con persone diverse da quelle con cui chiunque abbia avuto a che fare prima… e, francamente, si sono dimostrate molto ragionevoli».
Tanto ragionevoli da spingere lo stesso Trump poco dopo a minacciare di intensificare ulteriormente gli attacchi in caso di mancata intesa. «Sono stati fatti grandi progressi – ha scritto Trump sui social – ma se per qualsiasi motivo non si raggiungerà presto un accordo, cosa che probabilmente accadrà, e se lo Stretto di Hormuz non sarà immediatamente aperto agli affari, concluderemo il nostro piacevole soggiorno in Iran facendo saltare in aria e annientando completamente tutte le loro centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg».
Dichiarazione che non sembra aver destato particolare impressione a Teheran. Negli Stati Uniti, intanto, cresce la necessità di reperire risorse per finanziare la guerra. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate dal portale Axios i parlamentari repubblicani starebbero lavorando a tagli della spesa sanitaria per reperire i 200 miliardi di dollari da destinare al finanziamento del conflitto.

