Ricorso alle scorte strategiche e ammorbidimento delle sanzioni imposte al commercio di petrolio russo: l’amministrazione Trump tenta di reagire alla crisi petrolifera innescata dall’attacco congiunto con Israele contro l’Iran, ma le mosse della Casa Bianca non sono sufficienti a tranquillizzare i mercati: ieri il prezzo del petrolio ha continuano la sua corsa verso l’alto con il Brent che ha superato nuovamente quota cento dollari al barile arrivando a 102.79, mentre il Wti è attestato a 98.1.
Nel pomeriggio di ieri il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha annunciato che procederà al progressivo rilascio di 172 milioni di barili di petrolio dalle proprie riserve strategiche, come parte dei 400 milioni di barili che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha deciso di utilizzare per tentare di arginare la corsa verso l’alto dei prezzi del greggio.
Poco prima era arrivato l’annuncio di una sospensione parziale e temporanea delle sanzioni al petrolio russo: il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha detto che per trenta gironi sarebbero state sospese le limitazioni alla vendita dei prodotti petroliferi russi già caricati a bordo delle petroliere. Secondo stime russe si tratta di circa cento milioni di barili, pari a poco meno della produzione giornaliera mondiale di petrolio. Una quantità troppo bassa per avere un impatto reale sui prezzi, ma non trascurabile per le casse della Federazione Russa, da ormai quattro anni alle prese con gli oneri del conflitto in Ucraina.
E proprio i maggiori profitti per Mosca – da non dimenticare che a seguito crisi in Medio Oriente e, soprattutto, della chiusura dello stretto di Hormuz anche il petrolio russo ha beneficiato di un aumento di prezzo – sono all’origine delle polemiche che hanno fatto seguito alla decisione statunitense di attenuare il regime sanzionatorio nei confronti delle esportazioni di greggio da parte della Federazione Russa.
Alle più che prevedibili proteste di Kiev – che deve fare i conti anche con la priorità assegnata al fronte mediorientale nella fornitura di missili antiaerei – si sono aggiunte quelle dell’Unione Europea e della Germania. «Abbiamo appreso della decisione statunitense sulle sanzioni alla Russia – ha detto il cancelliere tedesco Merz – crediamo si tratti di un errore».
La crisi energetica in atto è all’origine anche caso che ha visto coinvolta l’Italia, uno dei Paesi – insieme alla Francia – che secondo la ricostruzione del Financial Times avrebbe avviato discrete ma intense trattative diplomatiche con l’Iran per ottenere la possibilità di far transitare in sicurezza le proprie petroliere attraverso lo stretto di Hormuz. Alleviando così, almeno in parte, le difficoltà di approvvigionamento prodotte dalla guerra.
Una ricostruzione che la Presidenza del Consiglio si è affrettata a smentire, negando qualsiasi «negoziato sottobanco» in corso con Teheran per ottenere via libera al passaggio delle navi italiane. Confermato, invece, l’impegno per favorire una de-escalation militare generale. Prospettiva, quest’ultima, che appare altamente imporbabile: le ultime notizie riportano dell’inizio del dispiegamento di una forza di spedizione dei Marines in Medio Oriente, primo indizio della possibile apertura di un fronte terrestre nel conflitto nel Golfo Persico.

