di Stefano Masi
Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un fenomeno paradossale: mentre la cultura cinofila sembrava evolversi, la qualità della formazione pratica è colata a picco. La proliferazione incontrollata di corsi per “Educatori”, “Istruttori” e “Tecnici” ha trasformato quella che un tempo era un’arte basata sull’apprendimento diretto in un redditizio “diplomificio” a cielo aperto. Un mercato che arricchisce chi eroga la formazione, ma che lascia i proprietari di cani in balia di professionisti improvvisati.
Il mercato della speranza
Il cuore del problema risiede nella natura stessa di questi corsi. Promossi con strategie di marketing accattivanti, promettono di trasformare una passione in una carriera professionale in tempi record: spesso bastano poche decine di ore, spalmate su qualche weekend, per ottenere un attestato con tanto di logo istituzionale.
Questi percorsi sono, prima di tutto, un affare commerciale. Per le associazioni e gli enti privati, il corsista è il cliente perfetto: paga profumatamente (spesso migliaia di euro) per un titolo che, sulla carta, lo equipara a chi lavora sul campo da decenni. Tuttavia, la competenza cinofila non è un concetto astratto che si può trasmettere tramite slide o webinar. È una disciplina che richiede una “manualità” e una capacità di lettura del linguaggio non verbale che solo il tempo può consolidare.
Il valore perduto della gavetta
La verità che molti preferiscono ignorare è che un diploma non fa un addestratore (si, mi piace ancora chiamarlo così). Storicamente, la figura del cinofilo esperto si formava attraverso la “bottega”: anni trascorsi a osservare i cani negli allevamenti, a pulire box, a guardare il lavoro di un vecchio maestro addestratore. Era un percorso fatto di umiltà, morsi schivati, fallimenti e intuizioni nate dal fango del campo.
Senza aver cresciuto diverse cucciolate, senza aver gestito soggetti con temperamenti difficili o aver lavorato quotidianamente con decine di razze diverse, un neo-educatore possiede solo una conoscenza teorica sterilizzata. Quando questi “professionisti di carta” si trovano davanti a un cane con problemi di aggressività o di forte reattività, la loro mancanza di esperienza pratica diventa evidente, trasformandosi in un rischio concreto.
Un pericolo per la società
Il danno maggiore viene inflitto ai clienti ignari. Un proprietario che ha un problema gestionale con il proprio cane si affida a una figura certificata credendo di essere in mani sicure. Non sa che dietro quel titolo potrebbe esserci una persona che, fino a sei mesi prima, faceva tutt’altro e che ha gestito solo il cane di casa.
L’inevitabile conseguenza è un approccio basato su protocolli standardizzati e rigidi, incapace di adattarsi all’individuo cane. Gli errori commessi da chi non ha esperienza non sono neutri: possono cronicizzare paure, esasperare conflitti e, nei casi peggiori, rendere un cane pericoloso per la pubblica incolumità. Quando un intervento educativo fallisce per incompetenza, a pagarne il prezzo più alto è il cane, che finisce spesso in canile o, peggio, avviato verso percorsi di rieducazione ancora più traumatici.
Conclusioni
È necessario un ritorno alla realtà. La cinofilia deve recuperare la sua dimensione pratica e artigianale. Un corso può fornire le basi teoriche, ma è solo la gavetta pluriennale al fianco di esperti comprovati a fare la differenza tra un venditore di diplomi e un vero professionista della cinofilia. Finché il mercato premierà la velocità della certificazione rispetto alla profondità dell’esperienza, a rimetterci saranno sempre e solo loro: i cani e i proprietari che chiedono aiuto.

