C’è un’estate che ogni appassionato di calcio porta dentro di sé come una cicatrice luminosa: quella del 1998, quando la Francia aprì le porte del mondo intero e ospitò la diciassettesima edizione della Coppa del Mondo. Fu un torneo straordinario per molte ragioni: per il numero di squadre partecipanti, salito per la prima volta a trentadue, per la qualità del gioco espresso in alcuni incontri, per i drammi che si consumarono dentro e fuori dal campo. Ma soprattutto fu un Mondiale che lasciò in eredità tre storie destinate a restare nella memoria collettiva: la consacrazione definitiva di una Francia elegante e multiculturale, la triste parabola di un’Italia che ancora una volta si fermò sul più bello, e il mistero irrisolto di Ronaldo, il fenomeno brasiliano che arrivò alla finale da protagonista assoluto e ne uscì come un fantasma.
Zinédine Zidane era figlio di immigrati algerini, nato nella periferia di Marsiglia. Emmanuel Petit veniva dalla Normandia, Patrick Vieira dalla Senegal, Marcel Desailly dal Ghana. Lilian Thuram era nato in Guadalupa. Thierry Henry cresceva nei sobborghi parigini. Quella Francia era uno specchio della nazione reale, non di quella immaginata, e il suo trionfo fu anche un atto politico, voluto o meno: un inno alla diversità che non aveva ancora perso la sua forza retorica. Il ct Aimé Jacquet era un uomo schivo, quasi burbero, che aveva sopportato per anni le critiche feroci della stampa francese. I giornali lo davano per finito, i commentatori più autorevoli lo consideravano un mediocre incapace di valorizzare i talenti che aveva a disposizione. Jacquet non rispose mai alle provocazioni: lavorò in silenzio, costruì una squadra con un’identità precisa, fondata sulla solidità difensiva, sulla coesione di gruppo, su una pressione collettiva asfissiante. La Francia del 1998 non era la squadra più bella del torneo in termini di puro spettacolo. Era però la squadra più efficace, quella capace di alzare l’intensità nei momenti decisivi, di non perdere mai la concentrazione, di sfruttare ogni debolezza avversaria. Superò il girone con relativa facilità, piegò poi il Paraguay agli ottavi con un golden goal di Laurent Blanc, eliminò l’Italia ai quarti ai calci di rigore in una delle notti più dolorose della storia azzurra, e in semifinale travolse un’ottima Croazia per due a uno, con una doppietta di Thuram che ancora oggi lascia stupiti chi conosce il profilo difensivo del giocatore.
La finale contro il Brasile fu un trionfo assoluto: tre a zero, con la doppietta di Zidane di testa e il sigillo finale di Petit. Ma la storia di quella finale, come vedremo, fu anche la storia di Ronaldo e del suo crollo. Roberto Baggio era arrivato a Francia 98 con trentun anni sulle spalle e un bagaglio di dolori fisici e morali che avrebbe prostrato chiunque. Quattro anni prima, a Pasadena, aveva calciato il rigore che avrebbe potuto consegnare all’Italia la Coppa del Mondo: il pallone era finito in cielo, e quella immagine — la testa china, il codino, gli occhi chiusi — era diventata uno degli scatti più celebri della storia dello sport mondiale. Baggio aveva vissuto quegli anni nel tentativo di esorcizzare quel momento, di dimostrare a sé stesso e al mondo che era ancora lui, che quella maledizione non l’avrebbe definito per sempre. Il commissario tecnico azzurro era Cesare Maldini, uomo di altri tempi, pragmatico fino all’ostinazione. Maldini aveva un’idea chiara del calcio: difesa solida, organizzazione, qualità individuale nei momenti chiave. Non era un innovatore, non cercava il bel gioco a tutti i costi, ma sapeva costruire squadre difficili da battere. Il suo rapporto con Baggio era complesso: lo rispettava, ma non ne faceva il perno inamovibile del gioco come avrebbero preteso i tifosi e gran parte dell’opinione pubblica. Il tre luglio 1998, allo Stade de France di Saint-Denis, Italia e Francia si affrontarono in quello che molti considerano uno degli scontri più emozionanti e drammatici nella storia dei Mondiali. Non fu una partita bella, non fu un calcio esaltante, ma fu un concentrato di tensione, di orgoglio, di carattere.
Maldini schierò un’Italia arcigna, attenta, che non concesse quasi nulla alla Francia nei novanta minuti regolamentari. Zidane fu controllato con grande attenzione, Djorkaeff non riuscì a incidere, Henry era ancora troppo giovane per prendersi la scena. L’unica rete della partita arrivò al cinquantanovesimo minuto: Roberto Baggio, entrato nel secondo tempo, non era ancora in campo, ma ci sarebbe entrato di lì a poco. A segnare fu proprio lui, con un bel colpo di testa su cross di Moriero: uno a zero per l’Italia. Per una manciata di minuti, sembrava che il destino avesse deciso di restituire qualcosa a questo uomo che aveva sofferto tanto. Ma la Francia pareggiò a quattro minuti dalla fine con Zidane, in un’azione confusa che lasciò gli azzurri senza fiato. I supplementari non regalarono gol. Si andò ai rigori. Era il momento che tutti temevano e aspettavano. L’Italia aveva già perso ai rigori la finale del 1994 contro il Brasile. La maledizione pareva ancora incombere. I rigori si succedettero con una tensione insostenibile. Poi arrivò il momento cruciale: Luigi Di Biagio, centrocampista della Roma, si avvicinò al dischetto, colpì la palla con forza, e la vide sbattere sulla traversa. Era finita. La Francia passava, l’Italia era eliminata. Baggio non aveva calciato. Era rimasto in campo, immobile, con quell’espressione che ormai il mondo conosceva.
Non fu il suo rigore sbagliato, questa volta, ma la ferita era ugualmente profonda. Sapeva, forse, che quella era stata la sua ultima Coppa del Mondo. Non ci sarebbe stato un Mondiale 2002 per lui. Saint-Denis era stata la sua ultima notte sotto i riflettori di un grande torneo, e si era conclusa nell’ennesimo dolore.
Ronaldo Luis Nazário de Lima aveva ventuno anni e stava già riscrivendo le definizioni del possibile nel calcio mondiale. Era arrivato in Francia come il grande favorito individuale del torneo, il giocatore attorno al quale il Brasile costruiva le proprie ambizioni di vincere il quinto titolo mondiale della sua storia. E nelle settimane precedenti la finale, aveva dato dimostrazione di essere davvero qualcosa di straordinario.
Ronaldo in quell’estate era la sintesi perfetta tra la potenza fisica di un centravanti classico e la velocità e la tecnica di un ala pura. Aveva due gol nei tiri a segno ma la sua presenza sul campo era costante, asfissiante, capace di attirare l’attenzione di interi reparti difensivi. Il Brasile aveva passato il girone con relativa facilità, battendo la Scozia, superando il Marocco e poi pareggiando con la Norvegia. Agli ottavi aveva eliminato il Cile con una prestazione convincente, ai quarti aveva battuto la Danimarca per tre a due in una partita vibrante in cui Ronaldo era stato tra i migliori in campo.
In semifinale, il Brasile aveva incontrato l’Olanda di Frank de Boer, Ronald de Boer e Clarence Seedorf, in una partita tesa che si concluse ai rigori dopo un uno a uno nei tempi regolamentari e supplementari. Ronaldo aveva segnato il suo rigore con freddezza assoluta. Il Brasile era in finale.
Tutto sembrava preparato per una finale perfetta: la Francia padrona di casa contro il Brasile campione del mondo in carica, i bleus di Jacquet contro la Seleção guidata dal più forte giocatore del pianeta. I media di tutto il mondo annunciavano lo scontro tra Zidane e Ronaldo come l’evento sportivo dell’anno. I pronostici davano lievemente favorita la Francia, ma erano in tanti a credere che Ronaldo avrebbe potuto fare la differenza.
Il 12 luglio 1998, poche ore prima della finale allo Stade de France, accadde qualcosa che ancora oggi non ha trovato una spiegazione del tutto soddisfacente. Ronaldo ebbe un episodio convulsivo nell’hotel della nazionale brasiliana. I suoi compagni lo trovarono in camera in condizioni preoccupanti: tremori, perdita di coscienza, attacchi di panico. I medici della federazione brasiliana intervennero immediatamente. La notizia filtro’ all’esterno con una velocità incontrollabile. Le prime formazioni ufficiali comunicate dalla federazione brasiliana non includevano Ronaldo nell’undici titolare, una scelta che scosse il mondo del calcio come un terremoto. Poi, poco prima del fischio d’inizio, arrivò la notizia che Ronaldo sarebbe sceso in campo, incluso nella formazione iniziale per decisione sua e dello staff tecnico brasiliano.
Quello che accadde in campo fu la testimonianza più eloquente di quanto fosse stato improvvido scendere in campo in quelle condizioni. Il Ronaldo che giocò la finale contro la Francia non era quello che aveva illuminato le settimane precedenti. Sembrava spento, lontano, come se la sua mente fosse altrove. Non incise quasi mai, non riuscì a creare occasioni pericolose, fu contenuto senza particolari sforzi dalla difesa francese. Non era Ronaldo, o almeno non era quello che il mondo aveva imparato a conoscere.
La Francia vinse tre a zero, con i due gol di Zidane di testa su corner — entrambi nei quarantacinque minuti del primo tempo — e il sigillo finale di Petit a tempo scaduto. Fu una vittoria netta, convincente, meritatissima. Ma la domanda che rimase sospesa nell’aria era un’altra: e se Ronaldo fosse stato in condizioni normali? Avrebbe cambiato il risultato?
Nei giorni e nelle settimane successive, le versioni si moltiplicarono. C’era chi parlava di pressioni insostenibili da parte dei suoi sponsor, Nike in particolare, che aveva preteso che giocasse indipendentemente dalle sue condizioni fisiche. C’era chi parlava di avvelenamento, chi di stress emotivo accumulato nel corso del torneo, chi di una forma lieve di epilessia mai diagnosticata. Nessuna di queste versioni fu mai confermata ufficialmente in maniera definitiva.
Il commissario tecnico brasiliano Mario Zagallo disse che la decisione di far giocare Ronaldo era stata presa dai medici e dal giocatore stesso, che aveva insistito per scendere in campo. Ronaldo, negli anni successivi, parlò dell’episodio in modo frammentato, rivelando solo che aveva avuto un attacco convulsivo ma senza mai spiegare completamente le cause.
L’unica certezza è che quella finale, anziché essere la consacrazione definitiva del più grande talento della sua generazione, divenne una delle pagine più misteriose e tristi della storia del calcio.

