I mondiali negli Stati Uniti sotto il segno fantasia del Brasile

Quando il calcio conquistò l’America e Baggio pianse sul dischetto di Pasadena.
L’estate del 1994 segna uno spartiacque nella storia del calcio mondiale. Per la prima volta, la Coppa del Mondo approda negli Stati Uniti, una nazione che ancora considerava il soccer uno sport minore. Eppure, ciò che accadde tra il 17 giugno e il 17 luglio di quell’anno trasformò lo scetticismo iniziale in un trionfo organizzativo senza precedenti, con quasi 3,6 milioni di spettatori negli stadi e una media di oltre 68.000 presenze a partita, record ancora imbattuto.
Il torneo si snoda attraverso nove città americane, da Boston a Los Angeles, passando per New York, Chicago e Dallas. Gli stadi, spesso giganteschi impianti concepiti per il football americano, vengono adattati per l’occasione, creando scenografie imponenti che amplificano la dimensione epica della manifestazione. Il caldo torrido di alcune sedi, come Orlando e Dallas, mette a dura prova gli atleti, abituati ai climi europei e sudamericani, aggiungendo un elemento di difficoltà supplementare alla competizione.
L’Italia arriva al Mondiale americana con grandi ambizioni ma anche con alcune incertezze. Arrigo Sacchi, l’allenatore che ha rivoluzionato il calcio con il suo Milan, guida una squadra di talento ma reduce da una deludente esperienza agli Europei del 1992. La rosa azzurra può contare su giocatori di assoluto livello internazionale: Franco Baresi e Paolo Maldini in difesa, Demetrio Albertini e Roberto Donadoni a centrocampo, Roberto Baggio e Daniele Massaro in attacco.
Il cammino dell’Italia inizia in modo contrastato. Nel girone eliminatorio, gli azzurri pareggiano 0-0 con l’Irlanda nella gara d’esordio disputata al Giants Stadium di New York, mostrandosi imprecisi e poco incisivi. La vittoria contro la Norvegia per 1-0, grazie a un gol di Dino Baggio, ridà fiducia alla squadra, ma la sconfitta per 1-0 contro il Messico complica i piani. L’Italia passa il turno come una delle migliori terze, destando perplessità e critiche dalla stampa italiana.
Agli ottavi di finale, contro la Nigeria, l’Italia rischia seriamente l’eliminazione. Gli africani giocano un calcio brillante e fisico, e al minuto 25 del secondo tempo conducono 1-0. La situazione sembra disperata quando Arrigo Sacchi opera un cambio destinato a cambiare la storia del torneo: dentro Roberto Baggio al posto di un opaco Giuseppe Signori. Il Divin Codino impiega appena sei minuti a pareggiare con un tiro all’angolino, poi al minuto 102, ai supplementari, segna il gol vittoria su calcio di rigore. L’Italia è salva, Baggio è il salvatore della patria.Da quel momento, Roberto Baggio diventa il trascinatore assoluto degli azzurri. Nei quarti di finale contro la Spagna, ancora lui decide la partita con un gol al minuto 88, quando ormai il match sembrava destinato ai supplementari. In semifinale, contro la temibile Bulgaria di Stoichkov, Baggio realizza una doppietta che vale la finale, nonostante l’infortunio al tendine che lo tormenta e che lo costringerà a giocare la finale non al meglio della condizione fisica.
Dall’altra parte della rete finale del Rose Bowl di Pasadena ci sarà il Brasile, una nazionale che non vinceva il Mondiale dal lontano 1970 e che porta sulle spalle il peso di ventiquattro anni di attesa. La Seleção guidata da Carlos Alberto Parreira presenta un mix affascinante tra tradizione e modernità. In porta c’è Taffarel, la difesa è guidata dal capitano Dunga, il centrocampo può contare sulla classe di Zinho e sul talento emergente di Mazinho, mentre in attacco brillano Romário e Bebeto, la coppia più prolifica del torneo.
Il Brasile attraversa il torneo con una certa tranquillità, seppur senza l’estro irresistibile delle grandi formazioni verdeoro del passato. Nella fase a gironi, i sudamericani battono Russia (2-0), Camerun (3-0) e Svezia (1-1), dimostrando solidità difensiva e cinismo offensivo. Romário è il fulcro del gioco brasiliano, un attaccante di razza capace di risolvere le partite con giocate di alta classe.
Negli ottavi, il Brasile supera gli Stati Uniti padroni di casa per 1-0, una vittoria sofferta che però conferma la crescita della squadra. Nei quarti, contro l’Olanda di Dennis Bergkamp, va in scena una delle partite più belle del torneo: il Brasile si impone 3-2 con prestazione di grande carattere, rimontando dopo essere passato in svantaggio. In semifinale, la Svezia viene battuta 1-0 con un rigore trasformato da Romário, in una partita tattica e controllata.
Il 17 luglio 1994, il Rose Bowl di Pasadena ospita 94.194 spettatori per la finale tra Italia e Brasile, un remake della finale del 1970 che aveva visto trionfare i verdeoro per 4-1. Le aspettative sono enormi, ma la partita delude sotto il profilo dello spettacolo. Il caldo opprimente, la tensione, l’importanza della posta in palio trasformano l’incontro in una battaglia tattica, dove entrambe le squadre si annullano a vicenda.
L’Italia deve fare i conti con l’assenza per infortunio di Franco Baresi, che però stringerà i denti e scenderà in campo nonostante un’operazione al menisco subita solo venti giorni prima. Roberto Baggio entra in campo zoppicando vistosamente, il suo tendine del ginocchio destro gli procura dolori lancinanti. Il Brasile risponde con un’organizzazione difensiva perfetta, orchestrata da Dunga, che chiude ogni spazio agli attaccanti azzurri.
I novanta minuti regolamentari scorrono via senza reti, in una partita dove le occasioni latitano e le difese dominano sugli attacchi. Anche i tempi supplementari non cambiano il copione: Italia e Brasile si studiano, si temono, ma non riescono a sbloccarsi. Per la prima volta nella storia della Coppa del Mondo, una finale verrà decisa ai calci di rigore.
La lotteria dei rigori inizia con il Brasile. Márcio Santos calcia alto, offrendo un vantaggio prezioso all’Italia. Franco Baresi, il capitano simbolo della resistenza azzurra, si presenta sul dischetto e incredibilmente calcia alto anche lui. Romário non sbaglia per il Brasile, Albertini risponde con freddezza per l’Italia. Branco porta in vantaggio il Brasile, Evani pareggia. Dunga, il leader brasiliano, segna con sicurezza, mentre Massaro si fa ipnotizzare da Taffarel: il Brasile è avanti 3-2.
È il momento di Roberto Baggio, l’uomo che ha trascinato l’Italia fino alla finale, l’eroe di un’intera nazione. Il Rose Bowl trattiene il respiro. Baggio prende la rincorsa e calcia: il pallone si impenna sopra la traversa, finendo nel cielo californiano.
Il Brasile esplode di gioia, l’Italia crolla nella disperazione. La fotografia di Baggio a mani sui fianchi, lo sguardo nel vuoto, la coda di cavallo che gli ricade sulle spalle, diventerà l’icona di una sconfitta che ferisce l’orgoglio di un’intera nazione.
Il Brasile conquista il suo quarto titolo mondiale, il “Tetracampeonato” tanto atteso. Per Romário, capocannoniere del torneo con cinque gol insieme al bulgaro Stoichkov, è la consacrazione definitiva. Per il calcio brasiliano è la fine di un digiuno che pesava come un macigno. La squadra guidata da Parreira ha vinto con pragmatismo, solidità, cinismo, caratteristiche lontane dal jogo bonito tradizionale ma tremendamente efficaci.
Il Mondiale americano lascia in eredità molte lezioni. Dal punto di vista organizzativo, rappresenta un successo clamoroso che apre la strada alla nascita della Major League Soccer, il campionato professionistico americano che debutterà due anni dopo. Il torneo dimostra che il calcio può conquistare anche mercati considerati impermeabili, a patto di offrire uno spettacolo di qualità.
Per l’Italia, la sconfitta di Pasadena rappresenta un trauma difficile da metabolizzare. Sacchi verrà sostituito dopo gli Europei del 1996, mentre Roberto Baggio porterà per sempre il peso di quel rigore sbagliato, nonostante una carriera straordinaria. “Ho ancora negli occhi quel momento”, dirà anni dopo, “è qualcosa che non ti abbandona mai, anche se ho imparato che gli errori fanno parte della vita e che bisogna accettarli”.
Il Brasile, invece, torna sul tetto del mondo e getta le basi per il ciclo vincente che culminerà con la vittoria del Mondiale di Corea-Giappone 2002. La filosofia di Parreira, criticata da alcuni puristi per essere troppo “europea”, dimostra che anche il calcio brasiliano può adattarsi, evolversi, vincere con metodi diversi senza tradire la propria identità.
USA ’94 rimane nella memoria collettiva come il Mondiale di Baggio, dei suoi cinque gol decisivi e del rigore maledetto, ma anche come il torneo che ha dimostrato la dimensione globale del calcio, capace di conquistare l’America e di regalare emozioni universali.
Quella finale sotto il sole californiano, pur nella sua povertà tecnica, ha scritto pagine indimenticabili di storia sportiva, confermando che nel calcio la gioia e il dolore convivono sempre, separati spesso solo da pochi centimetri: quelli che dividono un pallone dalla traversa.

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