Il disarmo della componente militare di Hamas: su questo tema, centrale per l’applicazione della seconda fase del piano di pace a Gaza, si è aperto il confronto tra una delegazione del movimento palestinese, guidata da Khalil al Hayyah, ed i mediatori egiziani. Sul tavolo dei colloqui in corso di svolgimento nella capitale egiziana anche le «violazioni israeliane in corso», ovvero gli attacchi delle Idf che continuano a verificarsi nella Striscia di Gaza.
È, tuttavia, il tema del disarmo quello centrale: ritenuto da Israele premessa necessaria e irrinunciabile per lo sviluppo delle ulteriori fasi del piano di pace, viene visto da Hamas come un grande rischio politico e militare. Politico perché l’esistenza delle sue formazioni militari è l’unica “garanzia” per lo sviluppo di una trattativa diplomatica, militare perché il completo disarmo del movimento palestinese lascerebbe i suoi membri in completa balia delle forze di sicurezza israeliane.
Proprio per superare questo stallo nei giorni scorsi ha iniziato a profilarsi una soluzione intermedia, che godrebbe anche del consenso statunitense: in una prima fase Hamas consegnerebbe tutto il suo arsenale pesante, razzi e missili soprattutto, conservando l’armamento leggero, contribuendo al mantenimento della sicurezza in quella parte della Striscia sotto controllo palestinese. In attesa che venga addestrata la nuova èppolizia palestinese – uno dei punti previsti dal piano di pace – e venga dispiegata la forza internazionale destinata a garantire la sicurezza nella fase due del cessate il fuoco.
Nei prossimi giorni, intanto, è atteso l’annuncio di Trump sui primi finanziamenti per la ricostruzione e sui Paesi partecipanti alla forza internazionale di interposizione. L’annuncio dovrebbe arrivare in occasione della prima riunione del “Board of peace”, l’organismo voluta da Trump per favorire la soluzione diplomatica del conflitto.

