«Questo è solo l’inizio». Un incipit non proprio rassicurante quello di Lamberto Lamberti, geologo e uno dei referenti dell’Assemblea popolare di Bagnoli, una delle componenti della rete “No Coppa America”.
L’inizio a cui si fa riferimento sono i dati dei primi rilevamenti Arpac nell’area di Bagnoli, quelli – per intendersi – che hanno rilevato quattro superamenti della soglia massima di pm10 nel giro di una settimana. E un sensibile calo delle polveri sottili nel corso del fine settimana, quando rallenta l’attività dei cantieri impegnati nella realizzazione delle opere destinate ad ospitare la Coppa America.
«I risultati dei rilevamenti dell’Arpac sono una conferma di ciò che ci aspettavamo, di quell’impatto ambientale che avevamo denunciato da tempo. Perché sia chiaro, qui nessuno di noi è contro la Coppa America in sé, ma contro la sottrazione di un diritto ai cittadini attraverso un evento sportivo, ovvero la possibilità di fruire liberamente del mare».
A questo si aggiungono i timori per un peggioramento delle condizioni ambientali.
«Il comportamento della struttura commissariale è sorprendente, nel suo approccio alla getione dei cantieri. Eppure non mancano professionisti qualificati al suo interno. Personalmente ricordo che quando ho coordinato le indagini relative all’amianto nell’area dell’ex Ilva le misure di sicurezza per chiunque accedesse al cantiere erano strettissime, dalle mascherine alle tute alle docce».
L’impressione è che l’aspetto relativo alla bonifica di un sito industriale sia praticamente scomparso dal discorso su Bagnoli. È così?
«Esatto. L’impressione è che ormai a dettare la linea siano i grandi investitori. E noi non possiamo non chiederci quali siano i ritorni positivi per Bagnoli e per l’intera città di Napoli. Il precedente spagnolo, ad iniziare da Valencia, non è particolarmente confortante. Quanto all’aspetto relativo alla bonifica del sito industriale, io sono tra quelli che ha condotto le indagini sulla colmata, i puntini che compaiono sulla planimetria di Invitalia sono i sondaggi che ho realizzato».
A questo punto non posso non chiederle cosa c’è lì.
«Ci sono il materiale di riporto dell’altoforno, inerti non inquinanti e vari scarti di lavorazione. E poi ci sono i suoli inquinati, potenzialmente pericolosi. Attualmente stanno decorticando la colmata ed i risultati si vedono: ce lo confermano i dati Arpac. L’impressione è quella di una grande approssimazione. Eppure le soluzioni da adottare non mancano: si potrebbe rinunciare alla tombatura della colmata, asportando il materiale, ovviamente dopo averlo reso inerte. Questo pottrebbe diventare un modello di economia circolare, perché il materiale inertizzato potrebbe essere utilizzato per alcune delle lavorazioni previste nell’area».
Quanto pesa la necessità di rispettare i tempi di consegna delle opere?
«Gioca un ruolo fondamentale nel momento in cui ci sono grandi interessi a cui rispondere».
Lei ha tenuto a sottolineare che nessuno si oppone al progetto di riqualificazione di Bagnoli, eppure spesso questo viene rimproverato a chi scende in piazza per protestare.
«I commissari sostengono che il Praru è stato rispettato, noi ci chiediamo come si faccia a sostenere che non è stato stravolto: quello di cui parlano non è una bonifica, ma al massimo una messa in sicurezza caratterizzata da aspetti progettuali che non convincono. L’impressione è che il progetto della struttura commissariale sia un semplice supporto ad una decisione politica già presa».
Non c’è più spazio per il dialogo?
«Nel momento in cui alla nostra richiesta di sospendere i lavori per avviare un confronto si risponde dicendo che non è possibile, che spazio resta? Il Praru è stato messo a punto dopo un percorso di ascolto, oggi le decisioni vengono prese nelle stanze segrete».

