Sono inizate questa mattina le esercitazioni della marina iraniana nelle acque del Golfo Persico, incluso lo strategico scacchiere dello stretto di Hormuz. Esercitazioni che, come hanno tenuto a sottolineare le autorità militari iraniane, prevedono l’impiego azioni di fuoco con munizionamento reale.
Evidentemente un messaggio rivolto agli Stati Uniti e ad alcune delle monarchie del Golfo che, seppur senza dirlo pubblicamente, vedrebbero di buon occhio un attacco statunitense all’Iran in grado di disarticolare i vertici della Repubblica Islamica, confidando se non in un crollo del regime, almeno in un suo pesante indebolimento. In particolare un buon colpo assestato al regime degli ayatollah non dispiacerebbe all’Arabia Saudita, almeno stando alle indiscrezioni riportate dal portale d’informazione statunitense Axios.
A dispetto del riavvicinamento diplomatico tra Riyad e Teheran dei mesi scorsi – disgelo mediato da Pechino -, nel corso di un colloquio riservato con il presidente statunitense Donald Trump il ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman avrebbe detto che un passo indietro sull’Iran – ovvero una mancata azione militare – «avrebbe solo reso Teheran più forte». Si tratterebbe di un cambio di rotta di 180° rispetto alla posizione prudente assunta dall’Arabia Saudita nelle scorse settimane, quando il mancato attacco statunitense contro siti nucleari ed alti esponenti del regime iraniano sono stati imputati proprio alle pressioni diplomatiche esercitate da diversi Paesi arabi – Riyad in testa – sulla Casa Bianca.
Intanto, al netto delle indiscrezioni, c’è da sottolineare un dato certo, ovvero il via libera di Washington ad acquisti militari per le forze armate saudite per un valore complessivo di circa nove miliardi di dollari. In cima alla lista della spesa di Riyad figurano ben 730 missili Patriot – componente fondamentale del sistema di difesa aerea del regno – unitamente ad altri non meglio identificati sistemi difensivi. Un chiaro segno di come l’Arabia Saudita, al netto di una posizione ufficiale di sostegno ad una soluzione diplomatica della crisi, stia attivamente lavorando per fonteggiare al meglio il peggior scenario geo-politico immaginabile, quello di un conflitto regionale ad alta intensità. Conflitto i cui esiti sono assolutamente imprevedibili, soprattutto nel caso di collasso repentino della Repubblica Islamica e di sua frammentazione sul modello libico.
A Teheran, intanto, il dispositivo militare è in stato di massima allerta: «Se il nemico fa un errore, senza dubbio questo metterà in pericolo la sua sicurezza, la sicurezza della regione e la sicurezza del regime sionista» ha detto il capo dell’esercito iraniano Amir Hatami in un chiaro tentativo di dissuadere Washington dal percorrere la strada della soluzione militare alla crisi.
In questo gioco di messaggi ed avvertimenti incrociati ha fatto sentire la propria voce anche il Centcom, il comando statunitense responsabile per il Medio Oriente. In riferimento alle esercitazioni navali iraniane il Centcom ha diffuso una nota in cui ammonisce che «qualsiasi comportamento non sicuro e non professionale nelle vicinanze di forze Usa, dei partner regionali o imbarcazioni commerciali, aumenta il rischio di collisioni, escalation e destabilizzazione».

