Quando si parla di calcio italiano e della sua storia più gloriosa, pochi nomi brillano con l’intensità di Giovanni “Gianni” Rivera. Nato ad Alessandria il 18 agosto 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale, Rivera ha incarnato per oltre due decenni l’essenza del talento puro, diventando il simbolo vivente di un’epoca d’oro per il Milan e per la nazionale azzurra. La sua storia è quella di un bambino prodigio che ha saputo trasformare il proprio talento innato in una carriera leggendaria, lasciando un’impronta indelebile nella storia del calcio mondiale.
La carriera di Rivera inizia in modo a dir poco straordinario. Cresciuto calcisticamente nelle giovanili dell’Alessandria, la squadra della sua città natale, il giovane Gianni mostra fin da subito qualità tecniche fuori dal comune. A soli 15 anni, nel 1959, debutta in Serie A con la maglia grigia dell’Alessandria, diventando uno dei più giovani esordienti nella massima serie italiana. La sua classe cristallina, la visione di gioco e l’eleganza nei movimenti attirano immediatamente l’attenzione dei grandi club italiani ed europei. Non è un talento promettente: è già un fuoriclasse in erba.Nel 1960, a soli 17 anni, arriva la chiamata del Milan. Il presidente rossonero Andrea Rizzoli investe una cifra considerevole per l’epoca per assicurarsi le prestazioni di questo ragazzo che tutti descrivono come un genio del pallone. Inizia così quella che diventerà una storia d’amore lunga diciannove anni, un legame indissolubile tra un giocatore e una maglia che ha pochi eguali nella storia del calcio.
Con la maglia rossonera numero 10 sulle spalle, Rivera non è stato semplicemente un giocatore di grande talento: è stato l’anima, il cervello pensante, il simbolo stesso dell’identità milanista. Il suo ruolo era quello del classico regista offensivo, il numero 10 all’italiana, quella figura ormai quasi estinta nel calcio moderno che orchestrava il gioco dalla metà campo con tocchi sopraffini e passaggi millimetrici.Il suo palmares con il Milan è semplicemente impressionante: tre scudetti (1961-62, 1967-68, 1978-79), quattro Coppe Italia, due Coppe dei Campioni (1962-63 e 1968-69), due Coppe delle Coppe e una Coppa Intercontinentale. Ma questi numeri, per quanto eloquenti e significativi, raccontano solo una parte della storia. Rivera era molto più dei trofei vinti: era poesia in movimento, un artista che dipingeva calcio sul verde rettangolo di gioco.La sua capacità di leggere le situazioni di gioco con un anticipo che sembrava soprannaturale lo rendeva unico. I suoi passaggi tagliavano le difese avversarie come un bisturi nelle mani di un chirurgo esperto. L’eleganza nei movimenti, la tecnica sopraffina e quell’apparente lentezza che in realtà nascondeva un’intelligenza tattica superiore: tutto in Rivera parlava di classe purissima. Non era un giocatore che ti sovrastava fisicamente o ti batteva in velocità; ti dominava con il pensiero, con quella capacità di essere sempre un passo avanti agli altri.
Il 1969 rappresenta probabilmente l’apice della carriera di Rivera. In quell’anno magico arriva il riconoscimento individuale più prestigioso del calcio mondiale: il Pallone d’Oro, premio assegnato dalla rivista francese France Football. Rivera diventa così il primo italiano a conquistare questo trofeo, battendo in classifica campioni del calibro di Gerd Müller e Bobby Charlton. Un riconoscimento che certifica quello che in Italia tutti già sapevano: il Golden Boy era uno dei migliori giocatori del mondo.Quello stesso anno, Rivera guida il Milan alla conquista della seconda Coppa dei Campioni della sua storia, battendo in finale l’Ajax di Amsterdam per 4-1. Una prestazione maiuscola che consacra definitivamente la sua grandezza a livello internazionale. In quella partita, disputata al Santiago Bernabéu di Madrid, Rivera dimostra tutta la sua classe, orchestrando il gioco rossonero e contribuendo in modo determinante al trionfo europeo.
Se con il Milan la carriera di Rivera è stata un crescendo continuo di successi e soddisfazioni, con la nazionale italiana ha vissuto momenti di grande gloria ma anche profonde delusioni. La più celebre e dolorosa è certamente legata ai Mondiali del 1970 in Messico, teatro di quella che passerà alla storia come la “staffetta” tra Rivera e Sandro Mazzola.L’allenatore Ferruccio Valcareggi si trovò di fronte a un dilemma che avrebbe tormentato qualsiasi commissario tecnico: come far coesistere in una stessa squadra due fuoriclasse assoluti come Rivera e Mazzola, entrambi numeri 10, entrambi registi, ma con caratteristiche e stili di gioco profondamente diversi. La soluzione adottata fu tanto pragmatica quanto controversa: la staffetta. I due campioni venivano alternati durante le partite invece di giocare insieme dal primo minuto.Questa scelta tattica portò l’Italia fino alla finale contro il leggendario Brasile di Pelé, Jairzinho, Tostão e Rivelino. Ma nella partita decisiva, giocata allo stadio Azteca di Città del Messico il 21 giugno 1970, Rivera entrò in campo solo negli ultimi sei minuti, quando il risultato era già compromesso (l’Italia perdeva 4-1). Quella sostituzione tardiva, in una partita ormai persa, resta una delle pagine più discusse e dolorose della storia del calcio italiano. Per molti, fu un’occasione sprecata, l’impossibilità di vedere in campo insieme, quando contava davvero, due dei più grandi talenti espressi dal calcio italiano.
Nonostante la delusione mondiale, Rivera ha comunque lasciato un segno profondo e indelebile nella storia della nazionale italiana. Ha partecipato a quattro edizioni dei Mondiali (1962, 1966, 1970 e 1974) e ha contribuito in modo determinante alla vittoria dell’Europeo del 1968, unico titolo continentale vinto dall’Italia fino al 2020.In quella competizione casalinga, Rivera fu tra i protagonisti assoluti. Nella finale contro la Jugoslavia, dopo il pareggio per 1-1 della prima partita (all’epoca le finali si ripetevano in caso di parità), nella ripetizione giocata due giorni dopo segnò il gol del momentaneo 2-0 che indirizzò definitivamente la partita verso il trionfo azzurro. Fu uno dei momenti più alti della sua carriera in nazionale.In totale, Rivera ha collezionato 60 presenze e 14 reti con la maglia della nazionale italiana, numeri che nel contesto dell’epoca (quando si giocavano molte meno partite rispetto a oggi) assumono un valore ancora maggiore. Ha rappresentato l’Italia con orgoglio e classe per oltre un decennio, dal 1962 al 1974, incarnando quei valori di tecnica, intelligenza e fair play che hanno sempre contraddistinto il calcio italiano nel mondo.
L’eredità immortale del Golden BoyMa al di là dell’impegno politico e istituzionale, il nome di Gianni Rivera resta indissolubilmente legato al Milan e a quel calcio fatto di tecnica, intelligenza, bellezza e spettacolo che sembra appartenere a un’epoca ormai lontana.

