Giugno e luglio del 1982. Anche quei pochi italiani che non si erano mai interessati al calcio finirono per diventare grandi esperti, appassionati, soprattutto tifosi. Tutti insieme, mai così appassionatamente.
Nel raccontare di quel mondiale di Spagna si può partire dalla fine, cioè dalla vittoria dell’Italia che si trasformò in euforia collettiva durata mesi. Chi doveva ancora decidere dove andare in vacanza scelse il mare della Spagna e gli stadi di Barcellona e Madrid diventarono mete di culto, oggetti di pellegrinaggio.
C’è solo una parola che in sé racchiude quanto accadde in quelle settimane di calcio in Spagna: una favola. Il percorso dell’Italia dall’esordio alla finale sembra scritto dal più bravo degli scrittori per l’infanzia: i protagonisti di una storia complicata incontrano difficoltà impreviste in un percorso a ostacoli dove i nemici sono dietro ogni angolo, poi il loro coraggio sconfigge i mostri cattivi fino al lieto fine. Questa è la trama del mondiale del 1982.
Dopo la sciagurata prestazione del 1974 a Monaco, l’Italia di Bearzot era risorta portando a casa dall’Argentina un quarto posto che forse le andava stretto ma soprattutto aveva scoperto un magnifico gruppo di giovani passati in quattro anni dal ruolo di talenti del futuro a campioni del presente. Però in una favola che si rispetti non può andare tutto bene, altrimenti non varrebbe la pena stare in ansia per il finale.
Brutti segnali erano arrivati prima della partenza, risultati sorprendenti in negativo e in generale un gioco non strepitoso. In più anche la stampa non amava la squadra, alcune scelte di Bearzot non erano piaciute, fra le quali la chiamata di Paolo Rossi reduce da una squalifica per il calcio scommesse nel quale, oggi lo si può dire con forza, non c’entrava niente.
Uno scialbo girone di qualificazione con tre pareggi e solo due gol, uno in più di quelli del Camerun che dopo l’1-1 che lo rispediva a casa (proprio perché a parità di differenza reti ne aveva segnato uno in meno degli azzurri) fecero un giro trionfale di campo come se il mondiale l’avessero vinto loro. Tanto bastò per andare avanti mentre le critiche da dure si facevano feroci. Gli azzurri entrarono in silenzio stampa, delegando a parlare il solo capitano Zoff, un campione pazzesco che però non aveva una grande dimestichezza con i discorsi.
La formula ci metteva in un gironcino con Argentina e Brasile, squadroni che parevano sovrastarci, e in Italia c’era anche chi pregustava una doppia sconfitta per vederci ritornare con la coda fra le gambe secondo il copione del peggior gioco allo sfascio. Invece.
Invece le favole sono state inventate per dirci che si può anche essere felici. L’Argentina girava attorno a un giovane asso – un certo Maradona – che faceva sfracelli. Bearzot in casa aveva l’antidoto, un difensore nato a Tripoli che rispondeva al nome di Claudio Gentile. Per Maradona si rivelò un incubo, capace di metterlo in condizioni di non nuocere. Tolto lui come perno del gioco, Italia e Argentina avevano pari valore ma di rabbia ce n’era di più in maglia azzurra. Indenni all’intervallo, l’Italia vinse con i gol di due del pattuglione di giovani talenti diventati campioni: Cabrini e Tardelli.
Cinque minuti dopo la fine della partita, nelle strade italiane si cominciarono a sentire i clacson. I cortei di auto con le bandiere tornavano a sfilare, non accadeva del 17 giugno 1970, la notte di Italia-Germania 4-3. Gli italiani avevano ritrovato la loro Italia.
Ma in una favola un miracolo non basta, ce ne vogliono almeno due, come quando si deve fare un santo. Arriva Italia-Brasile, non una partita di calcio, una disfida di Barletta fra la supersquadra e gli scampati al Golia-Maradona. Fino a quel momento il contestato Paolo Rossi era rimasto ai margini: zero gol e nel carniere solo la fiducia illimitata di Bearzot. Sapete come succede in quei film americani in cui il ragazzino piccolo e sperduto si rivolta contro i bulli e li mette al tappeto: così accadde quel giorno.
Di fronte a un’Italia che non credeva a quello che vedeva in televisione, Rossi per due volte segna e ci porta in semifinale e per due volte siamo ripresi. La fine della favola? No, Paolo Rossi mette anche il terzo, poi l’ultimo miracolo lo fa il vecchio della compagnia, Zoff, che all’ultimo istante ferma a terra sulla linea un colpo di testa di Isidoro, rialzandosi subito e girando gli occhi a cercare il guardalinee, temendo che a costui potessero venire strane idee.
Ecco il secondo miracolo, quello della santificazione. Poi la semifinale, che di miracoli non ha bisogno perché la Polonia viene mandata in archivio come una pratica ordinaria, basta la potenza degli uomini senza l’aiuto del cielo. Due gol ancora di Rossi, quello che era contestato.
Favola ultimo atto, 11 luglio, stadio Bernabeu, c’è la Germania, che ancora per qualche anno si sarebbe chiamata Germania ovest. Sotto i riflettori gli azzurri, non i tedeschi. Primo tempo difficile, macchiato dal rigore sbagliato, ma si sa, un lieto fine che arriva troppo presto rovina il pathos della favola.
Tutto rimandato al secondo tempo dove un certo Paolo Rossi apre le marcature. E’ il sesto gol in tre partite, capocannoniere e miglior giocatore del mondiale. Poi una serie concatenata di episodi strani crea una leggenda. Rossi, in difesa, interrompe un’azione tedesca e lascia la palla a Scirea che va in attacco come raramente faceva, si mette di lato e aspetta i compagni, passa a Bergomi che si toglie di mezzo, la palla va a Tardelli che la aggiusta con il destro e tira di sinistro fulminando il portiere.
Il gol è fatto ma la leggenda ancora no. I cameramen spagnoli non sbagliano un colpo, uno di quelli con la telecamera a bordo campo sta su Tardelli che corre come un cavallo gridando verso la panchina, quello che sta sulla tribuna opposta alle autorità vede Pertini che si alza in piedi e agita le braccia, il regista si accorge di tutto questo creando una sequenza di immagini destinate alla storia della televisione sportiva.
Ecco, la favola sta per arrivare all’ultima pagina, mancano solo il gol di Altobelli che esulta alzando un braccio mentre tutta l’Italia è fuori di testa e il rigore di Breitner. Poi l’arbitro brasiliano Coelho si intromette in un passaggio, prende la palla in mano, la porta sulla testa e fischia tre volte mentre quel gran signore che è il telecronista Nando Martellini per tre volte grida: “Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo”, tre volte come tre sono le stelle sulle maglie azzurre.
Per l’Italia è una sbornia collettiva, con le città invase di aiuto per tutta la notte e la Rai che trasmette in diretta l’arrivo dell’aereo da Madrid dove Pertini aveva giocato a scopa con gli azzurri.
L’album di questa favola si chiude qui. Resta da capire come un fenomeno sportivo, per quanto popolare e così incredibile, abbia potuto far riscoprire agli italiani il piacere del tricolore, del condividere una gioia, dell’abbracciarsi.

