Sud, la sfida delle infrastrutture per promuovere gli investimenti

Una delle grandi sfide per il futuro del Mezzogiorno è senza dubbio quella che punta a rendere le regioni meridionali maggiormente attrattive per gli investimenti, così da rilanciare un tessuto socio-economico in evidente crisi. A dispetto dei segni positivi registrati dalle statistiche, risultati contingenti e non strutturali.
Il riequilibrio delle opportunità d’investimento tra le diverse aree del Paese, unitamente al contrasto dello spopolamento, viene indicato nell’ultimo rapporto Svimez come una delle priorità da perseguire. E per farlo è necessario offrire ai potenziali investitori un sistema infrastrutturale adeguato alle necessità, in grado di rendere realmente competitive le imprese che scelgono di insediarsi in un determinato territorio. È di tutta evidenza, infatti, che la presenza di infrastrutture economiche – quali i trasporti, le telecomunicazioni, le reti di distribuzione dell’energia elettrica, del gas e dell’acqua – finisce per plasmare, come si legge nel rapporto Svimez, «la distribuzione spaziale delle attività economiche, poiché le imprese, nella scelta delle località in cui insediare i propri stabilimenti, tengono conto dei tempi di trasporto verso i mercati di sbocco o di approvvigionamento, della qualità delle connessioni digitali, della stabilità delle forniture energetiche o idriche».
A questo proposito può essere interessante osservare quale sia la capacità delle imprese insediate nelle aree urbane italiane (intese, queste, come aree urbane funzionali, ovvero una città centrale con almeno 50mila abitanti e la relativa zona di pendolarismo) di raggiungere i mercati di approvvigionamento e di sbocco grazie alla possibilità di raggiungere agevolmente porti ed aeroporti. Elemento di particolare rilievo in un Paese, come l’Italia, con un’economia tradizionalmente orientata all’esportazione sui mercati internazionali dei propri prodotti.
Ebbene, analizzando i dati contenuti nel rapporto Svimez 2025 emerge con forza come, anche in questo settore, profondo sia il divario che separa le regioni settentrionali da quelle meridionali, con queste ultime costrette a fare i conti con una condizione che penalizza sensibilmente le imprese insediate nei propri territori.
È di tutta evidenza, infatti, che la sola presenza di un porto o di un aeroporto non è sufficiente a migliorare la dotazione infrastrutturale al servizio delle imprese: fondamentale è l’effettiva accessibilità in tempi congrui di queste infrastrutture. Ed è qui che emergono le criticità che caratterizzano il sistema meridionale.
I collegamenti stradali rapidi per i porti di Genova, Trieste e Ravenna fanno sì che tutte le aree urbane funzionali del Nord abbiano una accessibilità superiore alla media – indice pari a 120 – agli scali portuali per la movimentazione delle merci. Indice che già si riduce per le aree urbane del Centro – indice pari a 105 – e precipita addirittura per le realtà del Mezzogiorno. Qui l’indice di accessibilità è pari a solo 73, a causa dei volumi ridotti di merci movimentate nei porti dell’area.
La situazione non migliora se l’analisi si rivolge agli aeroporti, settore in cui «appare particolarmente sperequata – sottolinea lo studio Svimez – l’infrastrutturazione aeroportuale per il traffico di merci».
Qui il paragone tra Nord e Sud è semplicemente improponibile: nelle regioni settentrionali l’indicatore è superiore alla media, con dei picchi nell’area lombarda – quasi il doppio – grazie alla rete di collegamento veloce con lo scalo di Milano Malpensa. Già nelle regioni dell’Italia centrale la situazione è meno rosea, ma nel Mezzogiorno si tocca il fondo con un indice che arriva solo a 42. In buona sostanza solo una minima parte delle merci prodotte al Sud può essere movimentata per via aerea.

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