Alla fine il punto non è più la giunta. È il Consiglio. O, per essere più precisi, le commissioni. È lì che oggi si misura la tenuta del campo largo che governa la Campania. Una cosa quanto mai rilevante. Perché nel frattempo, in tutte le province della Regione, da Avellino a Benevento a Salerno (a Caserta l’epurazione in casa Pd batte tutto), in vista delle prossime elezioni amministrative il perimetro ha la stessa consistenza della neve al sole. Palazzo Santa Lucia, insomma, non può continuare a balbettare. È lì che si capirà se la fase di transizione – dal deluchismo al protagonismo delle forze politiche – è ormai realtà. O se, al contrario, la legislatura rischia di partire con il freno tirato. Per resistenze interne ma anche per l’incapacità di voltare pagina. Una linea dettata dal quadro nazionale e passata dalla cabina di regia del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, prima ancora che dalle mani del governatore. Fico lo sa bene. E così vuole giocarsi al meglio le sue carte. Ha chiesto di accelerare. Il bilancio resta la priorità politica, il primo atto capace di dare slancio all’azione di governo. Ma senza commissioni operative l’iter non parte. E senza quell’ingranaggio la macchina regionale resta inceppata. La mediazione è stata affidata al vicepresidente Mario Casillo, plenipotenziario dem partenopeo. Nelle ultime ore ci sarebbe stata una schiarita. Non una soluzione definitiva. Piuttosto un accordo sullo schema. Il “quanto” più che il “cosa”. La quadra, ancora informale, riguarda la distribuzione delle presidenze. Tre al Partito democratico. Una al Movimento 5 Stelle, Casa Riformista, Partito Socialista, Lista del presidente e A testa alta, riferimento diretto di De Luca. Niente per Noi di Centro di Clemente Mastella, che però ha incassato l’assessorato Agricoltura. Zero al momento per Alleanza Verdi e Sinistra, ma si continua a trattare e potrebbe esserci la zampata rossa finale. Insomma mini-pattuglie, peso politico limitato ma malumori evidenti. Specie in casa Avs. Stabilito il numero, più o meno, resta aperta la vera partita. Quali commissioni a chi. Perché non tutte pesano allo stesso modo. E perché su alcune si incrociano interessi politici, linee di continuità e tentativi di discontinuità. I nodi più delicati sono la quarta commissione (Urbanistica, Lavori pubblici,Trasporti) e la quinta (Sanità e Sicurezza Sociale). La quarta ha un peso politico e finanziario unico. L’assessorato è in quota Pd, per cui la presidenza andrà altrove. Nella scorsa legislatura è stata guidata dal salernitano-deluchiano Luca Cascone. C’è chi spinge per l’area Cinque Stelle, magari in quota Lista Fico presidente, con in rampa di lancio Nino Simeone. Ma agli alleati così gli equilibri non tornano. La commissione Sanità, con la delega tenuta per sé da Fico, assume una rilevanza ulteriore. Il Pd punta a quella e potrebbe metterci una donna. Le dem in corsa per le presidenze sono Bruna Fiola e Loredana Raia. Alla commissione Bilancio, altra delega trattenuta da Fico, potrebbe andare un esponente di Casa Riformista. A quella all’Ambiente un deluchiano, dopo che l’uscente assessore al ramo, Fulvio Bonavitacola, è stato nominato alle Attività produttive. Il quadro resta fluido. L’accordo sul perimetro c’è. Quello sui contenuti ancora no. Ma il tempo stringe. E il nodo commissioni è diventato il vero banco di prova del nuovo corso, dopo la lentezza – seppure nei tempi di legge – nella composizione della giunta, gli attacchi all’indirizzo di alcuni suoi esponenti (Cuomo su tutti) e le tensioni mai rientrate con l’ex governatore Vincenzo De Luca.
È qui che il campo largo campano deve dimostrare di saper governare. E di reggere la prova di coesione. Ne va della tenuta istituzionale di Fico per i prossimi cinque anni. E, in controluce, delle ambizioni politiche di Manfredi tra due anni. Quando si tornerà al voto per la guida dell’Italia.

