Parigi, di concerto con Berlino e Varsavia, è pronta a mettersi a lavoro per mettere a punto una strategia condivisa ed una risposta credibile ad un eventuale colpo di mano statunitense sulla Groenlandia. È il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot ad annunciare che il tema è oggetto di discussione con Germania e Polonia e, probabilmente, nel prossimo futuro anche con altri Paesi dell’Unione Europea: «Vogliamo agire – ha detto Barrot a Radio France Inter -, ma vogliamo farlo insieme ai nostri partner europei».
Già martedì scorso diversi capi di governo europei, del resto, hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta in cui si ribadisce il principio dell’inviolabilità delle frontiere, auspicando che la sicurezza dell’Artico sia garantita in collaborazione con gli Stati Uniti.
Peccato che a Washington le ipotesi presenti sui tavoli in cui viene discusso il “dossier Groenlandia” non contemplino soluzioni condivise con gli Copenaghen, figurarsi con altri Paesi europei. Stando alle indiscrezioni che filtrano da fonti interne all’amministrazione Trump – rilanciate dai principali quotidiani statunitensi e dall’agenzia Reuters – al momento tutte le opzioni restano aperte, da quella di un accordo raggiunto per via diplomatica a quella – senza dubbio estrema – della soluzione ottenuta manu militari. Quel che è certo, come sottolinea un funzionario le cui dichiarazioni sono state rilanciate dalla Reuters, è che la spinta dell’inquilino della Casa Bianca ad acquisire il controllo della Groenlandia «non sparirà» nel corso del suo mandato presidenziale.
È, del resto, una stessa nota della Casa Bianca a sottolineare come «il presidente e la sua squadra stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego dell’esercito statunitense è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo».
Certo, l’impiego delle forze armate consentirebbe agli Stati Uniti – che già sono presenti con una base militare in Groenlandia – di chiudere rapidamente la partita, anche perché – al netto delle dichiarazioni bellicose di alcuni scandinavi – appare davvero poco probabile che un Paese europeo possa scegliere la strada dello scontro militare con gli Usa per difendere l’integrità territoriale del regno di Danimarca e le aspirazioni dei 57mila abitanti dell’isola. Devastanti, senza dubbio, sarebbero le conseguenze politiche di una simile scelta, con le relazioni transatlantiche che probabilmente entrerebbero in una fase di crisi irreversibile.
Ecco perché a Washington si lavora per mettere a punto una proposta d’acquisto dell’isola. A dirlo è il segretario di Stato Marco Rubio che, nel corso di una riunione con esponenti del Congresso, avrebbe tenuto a rassicurare sulla «non imminenza» di un’operazione militare in Groenlandia. L’idea di acquistare l’isola dalla Danimarca, del resto, non è nuova: già alla fine della seconda guerra mondiale il presidente Truman offrì cento milioni di dollari a Copenaghen per la Groenlandia, “l’affare” tuttavia sfumò. La proposta è reiterata nel 1955 con analogo esito.
Altra possibilità sul tavolo è quella di un accordo di libera associazione tra gli Stati Uniti e la Groenlandia, un’intesa che – nella prospettiva statunitense – dovrebbe essere raggiunta direttamente dalle autorità di Washington e Nuuk, escludendo completamente Copenaghen dalla discussione.
Insomma, grande è la confusione sotto il cielo, ma c’è una certezza: il dossier Groenlandia non si chiuderà tanto presto.

