Caracas – Washington, prime prove di dialogo

«Invitiamo il governo degli Stati Uniti a collaborare su un programma di cooperazione», Così la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez ha risposto alle richieste di Trump per un cambio di passo nella gestione politica del Paese sudamericano. Un’evidente apertura al dialogo da parte di Rodriguez, dopo la ferma presa di posizione immediatamente successiva alla cattura di Nicolas Maduro, quando la vicepresidente ne chiese l’immediata liberazione, sottolineando come lui fosse il legittimo presidente del Venezuela.
Sembra, dunque, aprirsi uno spazio di tratattiva diplomatica per arrivare ad una transizione morbida a Caracas, un’evoluzione più che un superamento del regime bolivariano. Del resto la Casa Bianca ha mostrato di non avere una soluzione immediata per governare il Venezuela, a dispetto delle dichiarazioni di Trump. Dopo aver bocciato l’ipotesi Corina Machado – «La stimo, ma non ha abbastanza sostegno nel Paese per poterlo guidare» ha detto il presidente statunitense – deludendo in buona parte le aspettative dell’opposizione venezuelana in esilio, l’inquilino della Casa Bianca ha aperto ad un possibile dialogo con gli esponenti del regime bolivariano, seppur con i suoi toni ultimativi conditi di minacce.
Apertura che Delcy Rodríguez sembra intenzionata a sfruttare:
«Il presidente Donald Trump, i nostri popoli e la nostra regione meritano pace e dialogo, non guerra. Questo è sempre stato il messaggio del presidente Nicolas Maduro ed è oggi il messaggio di tutto il Venezuela», ha detto nell’appello rivolto agli Stati Uniti attraverso i social. Sottolineando anche come il governo venezuelano sia pronto a collaborare per uno sviluppo condiviso.
Passaggio che pare un evidente riferimento al desiderio espresso da Trump di avere accesso diretto al petrolio venezuelano, tanto agli impianti estrattivi già esistenti che, soprattutto, allo sfruttamento delle riserve (quellle di Caracas sono stimate come le prime al mondo). Posizione ribadita nella giornata di ieri, quando Trump nel corso di una conversazione con i giornalisti ha sottolineato come gli Stati Uniti abbiano bisogno di avere «l’accesso totale al petrolio e alle altre risorse del Paese per poterlo ricostruire».
Sullo sfondo resta la possibilità di un secondo intervento militare, questa volta di portata ben più ampia rispetto a quello che ha portato alla cattura di Maduro. Operazione su cui iniziano ad emergere i primi dettagli: nel corso dell’operazione sarebbero stati uccisi diversi agenti della sicurezza presidenziale, tra questi con tutta probabilità alcuni militari cubani. Il governo dell’Avana, infatti, ha dichiarato che sono trentadue i funzionari e militari cubani morti durante l’incursione statunitense su Caracas.
Quanto a Nicolas Maduro ieri pomeriggio è stato trasferito in tribunale, presso la corte federale di Manhattan. Il trasporto dal centro di detenzione Metropolitan Detention Center di Brooklyn è avvenuto con strettissime misure di sicurezza, incluso un tratto percorso in elicottero.
Nel corso della prima udienza a Maduro sono state contestati quattro capi d’accusa, tra cui quelli di narcotraffico e terrorismo. Il presidente venezuelano si è dichiarato non colpevole, replicando che le accuse a suo carico sono solo un tentativo di coprire «i piani imperialisti che mirano alle riserve petrolifere del Venezuela».
Il processo vero e proprio a carico del leader venezuelano potrebbe iniziare non prima di sei mesi – anche un anno a detta di alcuni osservatori -, anche se c’è una possibilità che il dibattimento non si apra: a Maduro potrebbe essere proposto un patteggiamento per evitare il processo.

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