Cattura o esilio concordato. Oscilla tra questi due estremi l’uscita di scena di Nicolas Maduro, da oltre dodici anni alla guida del Venezuela.
La crisi che montava da mesi nel Mar dei Caraibi è arrivata all’apice nelle primissime ore di ieri, quando è scattato l’attacco statunitense. Intorno alle 2 – le 7 in Italia – l’aviazione statunitense ha colpito bersagli istituzionali e militari nella capitale Caracas e in altre quattro regioni del Paese.
Bersaglio dei raid statunitensi a Caracas in particolare la base aerea La Carlota e la cittadella militare di Fuerte Tiuna, nonché la residenza del Ministro della Difesa Padrino Lopez.
Contemporaneamente elicotteri hanno trasportato unità della Delta Force per procedere alla cattura di Nicolas Maduro, vero obiettivo dell’operazione statunitense. La cattura del presidente venezuelano – che secondo fonti statunitensi si trovava in un bunker – sarebbe avvenuta senza incontrare particolare resistenza da parte degli apparati di sicurezza, così come non risulta alcuna reazione da parte delle difese antiaeree ai raid americani.
Elementi che sembrerebbero avvalorare l’ipotesi che l’uscita di scena di Maduro sia stata, almeno in parte, agevolata da esponenti o gruppi interni al regime venezuelano. Del resto la Cia ha reso noto che i movimenti dell’ormai ex presidente erano monitorati costantemente non solo attraverso l’impiego di droni da ricognizione, ma anche grazie ad una fonte infiltrata all’interno dello stesso governo venezuelano.
Maduro e la moglie dopo essere stati catturati sono stati trasferiti in elicottero a bordo della nave d’assalto anfibio Uss Iwo Jima, destinazione New York. Qui Maduro, insieme alla moglie ed al figlio, dovrà rispondere delle accuse che, a partire dal 2020, gli sono state rivolte dalla giustizia statunitense, ultima quella di aver dato vita ad una rete di corruzione alimentata dai proventi del narcotraffico, imputazione resa nota solo nella giornata di ieri.
A dispetto di ciò, alcuni settori dell’opposizione venezuelana non escludono che la cattura di Maduro possa essere un modo per coprire un’uscita di scena concordata con la Casa Bianca.
Intanto in Venezuela la situazione è tutt’altro che chiara: nelle strade della capitale si segnalano manifestazioni di sostenitori di Maduro, mentre i vertici politico-militari del regime bolivariano sono rimasti sostanzialmente intatti. Almeno in queste ore non sembra esserci nessun collasso interno del regime, a dispetto degli auspici degli oppositori venezuelani all’estero.
Secondo la norma costituzionale ora alla guida dello stato dovrebbe esserci la vice presidente Delcy Rodríguez, data per fuggiasca in Russia ma in realtà mai allontanatasi dal Venezuela. Al momento, tuttavia, non c’è nessun annuncio ufficiale del suo subentro nei poteri presidenziali. Facile immaginare che all’interno del gruppo dirigente venezuelano si stiano susseguendo frenetiche discussioni su come gestire questa complessa e confusa fase. Chi, invece, sembra avere le idee chiare è Trump: «Governeremo il Paese finché non potremo realizzare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa» ha detto in conferenza stampa
L’intervento statunitense è stato duramente criticato a livello internazionale. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha definito l’azione americana un «pericolo precedente» per la stabilità della regione. Disquisizioni sulla sopravvivenza del diritto internazionale che poco interessano Trump, concentrato su aspetti ben più concreti: gli Stati Uniti saranno «fortemente coinvolti nell’industria petrolifera del Venezuela» ha detto il presidente Usa. Il Venezuela, particolare non secondario, è il Paese con le maggiori riserve di greggio al mondo.

