Caro affitti, nuovo rischio per le famiglie

La difficoltà ad accedere ad una abitazione dignitosa è stato individuato come uno dei principali campanelli d’allarme per individuare un potenziale disagio sociale, in particolare per quel che riguarda famiglie che vivono in territori caratterizzati da indicatori socio-economici già non particolarmente rosei. Negli ultimi anni la crescita costante degli affitti ha reso più difficile per molte famiglie, in molti casi giovani coppie, poter disporre di un’abitazione adeguata alle proprie necessità. Un problema ancor più grave in aree come il Mezzogiorno caratterizzate da un lavoro povero, ovvero precario o con bassi salari: in questo caso l’aumento degli affitti non ha fatto altro che ampliare il divario tra la disponibilità di alloggi a prezzi accessibili e le capacità economiche delle famiglie, come evidenziato anche dall’ultimo rapporto Svimez.
Documento che mette a fuoco diversi aspetti problematici legati alla possibilità di aver accesso ad una abitazione dignitosa e adeguata alle esigenze familiari, in particolare per quel che concerne la reale capacità di singoli e famiglie di sostenere i relativi oneri economici. Uno degli aspetti di maggior interesse è rappresentato da quanto il peso economico di un affitto incida nell’esporre le famiglie al rischio povertà. Anche in questo caso la fotografia che viene fuori grazie ai dati contenuti nel rapporto Svimez 2025 porta alla luce un’Italia a due velocità, con le regioni meridionali che mostrano le situazioni di maggiore rischio sociale.
Al Centro-Nord il 21% delle famiglie in affitto versa in condizione di povertà assoluta, percentuale che si riduce al 3.6% per le famiglie che invece sono proprietarie dell’abitazione in cui vivono, il tutto a fronte di una media del 7,5% di famiglie in stato di povertà assoluta. Dall’esame di questi dati emerge con chiarezza come il peso dell’affitto sul bilancio familiare sia uno degli elementi che aumenta sensibilmente il rischio di povertà assoluta. Una dinamica che emerge con ancora maggior forza se si osserva la situazione delle regioni meridionali.
Qui il dato di partenza è rappresentato da un indice di povertà delle famiglie pari al 10.5%, superiore alla media nazionale. Non può sorprendere, quindi, che il peso dell’affitto sia ancor più grave: ben il 24.8% delle famiglie meridionali che vive in un’abitazione non di proprietà rientra tra quelle in stato di povertà. Si tratta di ben 346mila nuclei familiari di diversa composizione. Le peggiori condizioni socio-economiche del Meridione fanno sì che anche la proprietà dell’abitazione in cui si vive rappresenti un paracadute meno efficace per il bilancio familiare: sono circa 430mila, il 7% del totale, le famiglie proprietarie che vivono in stato di povertà.
Tutto questo in un contesto in cui le famiglie italiane sono, a livello europeo, quelle caratterizzate da una maggiore percentuali di proprietari dell’abitazione di residenza. Da evidenziare la particolarità di Napoli: tra le città italiane è una di quelle in cui più bassa è la percentuale di abitazioni di proprietà – circa il 48% -, dato inferiore non solo a quello che si registra nella maggioranza delle città del Centro-Nord, ma anche in realtà meridionali come Bari e Cagliari.
Altro elemento interessante su cui riflettere è rappresentato dalla percentuale di abitazioni non occupate sul totale disponibile: in diversi capoluoghi del Mezzogiorno si arriva a superare il 20% del totale, con i casi più significativi che si registrano a Reggio Calabria, Messina e Palermo. Dati che, come si legge nel rapporto Svimez, possono sottendere «un utilizzo sporadico, la vetustà o lo stato di degrado delle strutture, oppure utilizzi non dichiarati. In ogni caso questi dati indicano che una parte rilevante del patrimonio abitativo è inutilizzata, anche per effetto del calo demografico e della minore attrattività economica di alcune aree».

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