70 anni fa. Una gara di automobilismo. Un sorpasso, un impatto terrificante sulla folla. Quel ricordo che è impossibile da mitigare, l’odore acre dell’incendio e le urla della gente sono ancora nella testa di chi ne fu testimone.
L’11 giugno 1955 è una data che l’automobilismo mondiale non potrà mai dimenticare. Quel pomeriggio, durante la 24 Ore di Le Mans, la corsa simbolo della resistenza e del progresso tecnico, si consumò la più grave tragedia mai avvenuta in una competizione motoristica. Un incidente spaventoso causò la morte di oltre 80 spettatori e del pilota Pierre Levegh, lasciando una ferita profonda non solo nello sport, ma nell’intera coscienza europea del dopoguerra.
La Francia degli anni Cinquanta viveva un periodo di entusiasmo e ricostruzione.
Le gare automobilistiche rappresentavano il futuro, la fiducia nella tecnologia e nella velocità come motore del progresso.
Le Mans era l’emblema di questa visione: un circuito semi-permanente, lunghissimo, dove le auto correvano per 24 ore consecutive davanti a centinaia di migliaia di appassionati. Le misure di sicurezza, però, erano minime.
Il pubblico si trovava a pochi metri dalla pista, protetto solo da terrapieni e fragili barriere. La gara del 1955 vedeva protagonisti i grandi nomi dell’epoca: Jaguar, Ferrari, Mercedes-Benz. La sfida era intensa, i ritmi elevatissimi. Poco dopo le 18, mentre le auto sfrecciavano sul rettilineo dei box a velocità superiori ai 250 km/h, si verificò la sequenza fatale.
Mike Hawthorn, al volante della Jaguar, frenò bruscamente per rientrare ai box. Lance Macklin, su Austin-Healey, sterzò improvvisamente per evitarlo. Alle sue spalle arrivava la Mercedes 300 SLR di Pierre Levegh, lanciata a tutta velocità.
L’impatto fu devastante. La Mercedes colpì l’auto di Macklin e decollò come un proiettile, schiantandosi contro il terrapieno che separava la pista dagli spettatori. La vettura si disintegrò.
Il cofano, il motore e altri componenti, trasformati in micidiali schegge, volarono sulla folla. Il magnesio della carrozzeria prese fuoco, sprigionando fiamme altissime e rendendo inefficaci i primi tentativi di spegnimento. Pierre Levegh morì sul colpo, sbalzato fuori dall’abitacolo. La scena che si presentò fu apocalittica. Urla, fumo, corpi a terra, soccorsi improvvisati.
Molti spettatori morirono all’istante, altri nelle ore e nei giorni successivi a causa delle ferite.
Il bilancio ufficiale parlò di più di 80 vittime. Nonostante l’orrore, la direzione di gara decise di non interrompere la corsa, temendo che l’evacuazione di massa potesse causare ulteriore caos e impedire ai soccorsi di operare.
La decisione di continuare a correre suscitò indignazione e polemiche in tutto il mondo. Mercedes-Benz, dopo una lunga riflessione notturna, scelse di ritirare le proprie vetture come segno di rispetto per le vittime. Jaguar proseguì e vinse la gara, ma quella vittoria rimase per sempre macchiata dal sangue versato sugli spalti.
Le conseguenze della tragedia furono enormi e durature. In molti Paesi europei le competizioni automobilistiche vennero sospese o vietate. La Svizzera introdusse un divieto quasi totale alle corse su circuito, rimasto in vigore per decenni. Mercedes-Benz si ritirò ufficialmente dalle competizioni internazionali, tornando solo negli anni Ottanta. Ma soprattutto, l’incidente di Le Mans segnò un punto di svolta nella concezione della sicurezza: circuiti riprogettati, barriere più efficaci, zone di fuga, maggiore distanza tra pubblico e pista, nuove regole per le vetture e per l’organizzazione delle gare.
A distanza di settant’anni, l’11 giugno 1955 resta una lezione durissima. Ricorda quanto alto possa essere il prezzo della velocità quando il progresso non è accompagnato dalla responsabilità. Le Mans continua a essere una delle corse più affascinanti al mondo, ma corre sulle fondamenta di quella tragedia, con la consapevolezza che la sicurezza non è un ostacolo allo spettacolo, bensì la sua condizione indispensabile.

