Nel Mezzogiorno aumenta l’occupazione, ma non la qualità del lavoro: questo il dato che emerge con forza dalle ricerche che, come di consueto, nell’ultimo scorcio dell’anno fotografano la situazione socio-economica del Paese e, in particolare, delle regioni meridionali. Ultimo contributo, in ordine di tempo, quello che arriva dallo studio realizzato dell’ufficio economia della Cgil che, sulla base dei dati Inps relativi al settore privato, ha messo in luce il divario salariale esistente tra Nord e Sud del Paese: a fronte di un salario medio, nel 2024, pari a 24.486 euro, nelle regioni del Mezzogiorno la media è di 18.148 euro, oltre il 25% in meno.
I dati sulla crescita occupazionale nel Mezzogiorno nel quadriennio 2021/2024, dati che vedono le regioni del Sud superare ampiamente la media nazionale, vanno dunque interpretati tenendo conto di un quadro più ampio, una prospettiva che evidenzia che quella registrata «è una crescita nominale», come ha detto il presidente di Svimez Adriano Giannola nell’intervista rilasciata al nostro quotidiano e pubblicata ieri.
Il divario tra Nord e Sud nel reddito dei lavoratori dipendenti ha spinto il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari a sottolineare come, a dispetto di dibattiti sul tema lavoro che appaiono assolutamente slegati dalla realtà, «le gabbie salariali, di fatto, esistono già e andrebbero superate, mentre non pochi le propongono addirittura come la soluzione».
Che il lavoro nelle regioni del Mezzogiorno sia principalmente un lavoro povero, a bassa qualificazione dunque con bassa retribuzione, lo evidenzia anche un altro dato contenuto nel report elaborato dalla Cgil: nelle regioni del Sud il 47.3% dei lavoratori – oltre 2.1 milioni di persone – rientra nella fascia di reddito fino a 15mila euro lordi l’anno, che tradotto in compensi su base mensile significa disporre di un reddito di circa 1.100 euro, nel migliore dei casi. Un salario che difficilmente può essere ritenuto adeguato all’attuale costo della vita, soprattutto per una famiglia in cui sono presenti uno o più figli.
Ma quali sono le cause di un divario così ampio tra le diverse regioni italiane?
Una risposta viene proposta dallo stesso ufficio economia del sindacato: «Questo profondo divario salariale – si legge nel documento – tra il Mezzogiorno e il resto d’Italia è determinato da diversi fattori: un minor numero di giornate medie retribuite all’anno (228 contro 247), un maggior peso delle attività economiche a retribuzione più bassa, un’incidenza più alta del lavoro atipico. Nel Mezzogiorno, infatti, il lavoro a termine riguarda il 34,5% dei lavoratori (contro il 26,7% a livello nazionale), il part-time il 43,6% (contro il 33,0% nazionale), il lavoro discontinuo il 56,5% (contro il 45,6% nazionale)».
Un contresto che, al netto dei segni più presenti nelle statistiche, rende difficile immaginare quella svolta necessaria ad evitare che la crisi socio-economica in cui si dibattono le regioni del Mezzogiorno d’Italia diventi irreversibile.
«La questione salariale nel Mezzogiorno – dice il segretario confederale della Cgil – è un’emergenza nell’emergenza, che spiega, più di ogni altra causa, l’esodo di 175mila giovani meridionali nel triennio 2022-2024 verso altri territori del Paese e verso l’estero, per cercare un lavoro dignitoso e una vita migliore».
Una vera e propria emorragia sotto il profilo numerico e, soprattutto, qualitativo, considerata l’alta percentuale di laureati tra i giovani che lasciano le regioni meridionali; un danno doppio, nel momento in cui si calcolano le risorse che sono state investite per garantire una formazione di livello universitario a chi, poi, metterà a frutto altrove le proprie competenze.

