La questione meridionale è specchio dell’intero Paese

La ripresa economica del Mezzogiorno è un elemento imprescindibile per il sistema economico nazionale, la stessa salute dell’industria settentrionale dipende dalla domanda interna, di cui circa il 70% proveniente dal sud della Penisola. Per comprendere meglio il reale lo stato di salute del Mezzogiorno abbiamo intervistato il professor Adriano Giannola presidente della associazione Svimez.
SVIMEZ è indubbiamente osservatorio privilegiato sul Mezzogiorno, secondo lei esiste ancora oggi una questione meridionale?
«Naturalmente sì ed è strettamente legata a diverse dinamiche, in primis quella relativa alla dimensione demografica. Questa si esplica nella continua emigrazione di giovani e persone formate che dal sud vanno ad integrare l’esigenza demografica del centro-nord spopolando i nostri territori. Con questa tendenza la questione meridionale è destinata a sparire non certo per volontà, ma per eutanasia».
Le previsioni sono realmente così drastiche?
Purtroppo, molte parti del Mezzogiorno sono destinate ad estinguersi. Nel 2070 si prevede circa cinque milioni di persone in meno. La piramide demografica sarà a dir poco anomala con tanti anziani e pochi giovani, questo segnerà il passaggio da una economia di sviluppo in una di assistenza».
Quindi non è vero che negli ultimi anni il Mezzogiorno sta crescendo?
«Possiamo certamente dire che negli ultimi quattro anni il Mezzogiorno sta crescendo più del centro nord, ma è una crescita nominale. Quest’anno abbiamo registrato una crescita dello 0,7%, l’anno prima poco più dell’1%. In realtà dal 2008 abbiamo perso circa il 18% per cui siamo ben lontani dal livello di quell’anno. Questo naturalmente vale anche per il resto d’Italia».
Quindi un problema non solo del Mezzogiorno?
«Un problema nazionale. Umbria e Marche sono accomunate al Mezzogiorno, ma anche Toscana e Piemonte ora corrono lo stesso rischio. È una vera e propria emergenza nazionale. A Bruxelles lo sanno bene ed è per questo che ci hanno dato oltre 200 miliardi per affrontare il problema, ma siamo all’ultimo anno di PNRR. Ci siamo interrogati sul perché la crescita non sia stata alimentata adeguatamente. Quella del Mezzogiorno è più alta perché l’Europa ha imposto di dare al Sud almeno il 40% dei fondi».
Un provvedimento provvidenziale quindi?
«Veda, negli ultimi venti anni la spesa pubblica è stata drasticamente ridotta e quindi il disastro demografico e quello economico era del tutto evidente a Bruxelles. Infatti, questo PNRR non è altro che una riedizione o, meglio, un tentativo di un intervento straordinario per l’Italia e non solo per il Mezzogiorno. Affrontare la questione meridionale è fondamentale per tutta la nazione. Si sarebbe dovuto fare come nel 1950, quando proprio la SVIMEZ fu fautrice della Cassa per il Mezzogiorno. Ma all’epoca si poteva contare su uomini come Saraceno, Menichella e altri. La cosa funzionò bene grazie anche agli studi e alle strategie della SVIMEZ, ma poi le cose cambiarono e negli anni Settanta la Cassa cambiò nome e struttura, intervennero le Regioni e la politica e lo sviluppo cambiò segno divenendo sempre meno produttivo. Oggi andiamo verso l’illusione che una possibile soluzione possa risiedere sulle autonomie differenziate».
Quindi professore come valutare fin qui il risultato del PNRR?
«Con preoccupazione e delusione, ma anche con la speranza che vi possa essere ancora la capacità di individuare un progetto unico che manca al Paese troppo impegnato a litigare su amenità e meno attento a ragionare su cose vitali sia per l’Italia che per l’Europa come, ad esempio, sul nostro ruolo nel Mediterraneo».

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