1975, le prime radio libere portano il calcio nelle case degli italiani

Nel 1975 l’Italia scoprì una nuova voce. Con la storica liberalizzazione delle frequenze radiofoniche, sancita dalla sentenza della Corte Costituzionale che aprì l’etere alle trasmissioni private in ambito locale, nacque una stagione di entusiasmo, sperimentazione e improvvisazione che avrebbe cambiato per sempre il rapporto fra pubblico, informazione e sport. Il calcio, naturalmente, fu uno dei primi protagonisti di questa rivoluzione. Per decenni l’unica radiocronaca autorizzata era quella della RAI, con il rito inconfondibile di Tutto il calcio minuto per minuto. Ma nel giro di pochi mesi le nuove emittenti locali invasero l’etere con un linguaggio più diretto, una narrazione emozionale e una vicinanza ai territori che la radio pubblica non poteva replicare. In quel fermento creativo, alcune realtà divennero subito emblematiche: tra queste Radio Emilia Uno, a Bologna, e Radiolina Sardegna, con sede a Cagliari. Radio Emilia Uno nacque come molte radio libere dell’epoca: con attrezzature spartane, un piccolo studio improvvisato e un gruppo di appassionati che voleva rompere il monopolio dell’informazione. Sin dai primi mesi di attività, l’emittente intuì che il calcio poteva diventare un veicolo potente per raggiungere il pubblico. E così, già nella stagione 1975-76, iniziarono le prime radiocronache delle partite del Bologna e di diverse squadre emiliano-romagnole, spesso raccontate da giovani studenti universitari che alternavano competenza, ironia e un dialetto familiare ai tifosi. Non si trattava, ovviamente, di radiocronache ufficiali: molte venivano realizzate dalle gradinate, altre persino da fuori dallo stadio, con i cronisti costretti a catturare l’atmosfera attraverso microfoni rudimentali, cavi volanti e registratori portatili. Ma proprio quella dimensione artigianale contribuiva a creare un legame profondo con gli ascoltatori. Le voci di Radio Emilia Uno raccontavano non solo la partita, ma il tifo, i colori, le tensioni e le emozioni delle domeniche allo stadio Dall’Ara, offrendo una prospettiva nuova e coinvolgente.Contemporaneamente, sull’altra sponda del paese, un’emittente destinata a diventare una delle radio locali più longeve e ascoltate d’Italia compiva un percorso simile. Radiolina Sardegna, fondata nel 1975 a Cagliari, comprese quasi subito che raccontare le partite del Cagliari significava dare una voce unitaria a un’intera isola. Le radiocronache delle partite rossoblù, trasmesse con mezzi inizialmente modesti, divennero rapidamente appuntamenti irrinunciabili per migliaia di tifosi, soprattutto in un periodo in cui la squadra cercava di ritrovare slancio dopo l’epopea dello scudetto del 1970.I cronisti sardi si distinguevano per uno stile caloroso, appassionato, apertamente schierato. Molte trasmissioni erano realizzate in diretta dagli stadi grazie a piccole postazioni di fortuna, mentre altre venivano commentate “a vista” dalle tribune laterali, con gli inevitabili rumori del pubblico che entravano nel microfono rendendo il racconto crudo e autentico. Radiolina, con la sua capacità di raggiungere comunità isolate e paesi dell’interno, offrì per la prima volta a migliaia di ascoltatori la possibilità di seguire in diretta il proprio club anche senza potersi spostare fino a Cagliari. Quel clima pionieristico accomunava tutte le radio libere dell’epoca, ma nel caso di Radio Emilia Uno e Radiolina Sardegna il legame con il territorio era fortissimo. Le loro radiocronache non erano solo un servizio sportivo: erano un atto di comunità, una forma di partecipazione popolare che trasformava ogni partita in un evento collettivo. La spontaneità delle trasmissioni, le battute improvvisate, i commenti dei tifosi intercettati dagli stessi cronisti, restituivano un calcio più vicino alla gente, molto più di quanto facesse la narrazione nazionale. La RAI guardava con sospetto a questo fenomeno: temeva la dispersione del pubblico e la perdita del suo tradizionale monopolio. Ma nonostante l’assenza di una regolamentazione chiara sui diritti di trasmissione, le radio private continuarono a raccontare il calcio, sostenute da un entusiasmo che superava ostacoli tecnici e limiti normativi. Quelle prime radiocronache libere segnarono un passaggio culturale decisivo. Le voci che si alternavano sui microfoni di Radio Emilia Uno e Radiolina Sardegna indicarono una nuova strada fatta di prossimità, identità locale e partecipazione emotiva. Da quel momento la radiocronaca non sarebbe più stata la stessa. E ancora oggi, riascoltando quelle registrazioni spesso sgranate, si ritrova un’Italia diversa, forse più ingenua ma certamente più appassionata, capace di reinventare la radio e di trasformare il calcio in un bene comune dell’etere.

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