Regione, comanda Napoli. E Manfredi detta la linea

Ufficialmente è la stagione di Roberto Fico. Politicamente, invece, la regia porta un altro nome: Gaetano Manfredi. È il sottotesto – nemmeno troppo nascosto – che ha accompagnato l’investitura dell’esponente Cinque Stelle e che ora riaffiora nelle prime ore del nuovo corso regionale. La Campania cambia asse e metodo, e il sindaco di Napoli, artefice del laboratorio del campo largo a Palazzo San Giacomo, si candida apertamente a dettarne la grammatica anche a Palazzo Santa Lucia. L’intervista concessa ieri al Corriere della Sera non è un esercizio accademico. E’ un messaggio in bottiglia indirizzato all’intera coalizione. «Non sarò il federatore» premette Manfredi. Ma subito dopo traccia la rotta: «La nostra esperienza parte dai progetti e poi converge sui nomi». È l’anticamera di un concetto che vale più della formula in sé: niente più primogeniture, niente più rendite di posizione, niente più uomini-simbolo del passato. Un nome su tutti: Vincenzo De Luca, la sua potente area e la sua folta pattuglia di fedelissimi. Ed è qui che Manfredi affonda il colpo politico più pesante: «Napoli da sola ha dato a Fico il 70 per cento dei suoi voti». Il dato non è una statistica: è una chiave di lettura. Significa che il baricentro della Regione torna a essere Napoli, e che il sindaco non è affatto il “non federatore” che si racconta: è l’ispiratore, il garante del cambio di fase invocato ai piani alti anche dalla segretaria Pd Elly Schlein e dal leader M5S Giuseppe Conte. Manfredi è il supervisore del metodo, colui che assicura che il campo largo non sia un lifting politico ma una riscrittura sostanziale dei rapporti interni, con una Regione finalmente segnata dalla collegialità e dal protagonismo delle forze politiche. È qui che scatta l’incrocio – tutt’altro che casuale – con le prime mosse di Fico sulla giunta. Il neo governatore ripete che non entreranno assessori scelti tra i primi eletti o i primi dei non eletti, e che la rappresentanza dei partiti si costruirà nel Consiglio regionale. La squadra sarà politica, sì, ma non figlia di logiche plebiscitarie personali né legate al passato recente. In questo quadro si collocherebbe uno dei primi segnale di rottura: il no alla riconferma di Fulvio Bonavitacola, per dieci anni vicepresidente e dominus dell’Ambiente nell’era De Luca. I rumors di palazzo danno ormai l’esclusione (quasi) per certa, anche se per il già presidente dell’Autorità portuale di Salerno potrebbero aprirsi le porte di una importante società pubblica campana. Ma il dossier non riguarda solo l’Ambiente e non riguarda solo Bonavitacola. Prima in agenda è la Sanità, tema cruciale della campagna elettorale e perno delle accuse di clientelismo rivolte dal centrodestra. Fico sarebbe orientato, almeno nella fase iniziale, a tenere per sé la delega per poi valutare un tecnico (ma quest’ultima soluzione potrebbe essere favorita da subito). Stesso discorso ai Trasporti, assessorato rimasto sostanzialmente vacante negli ultimi anni: qui dovrebbe arrivare un nome non legato alle stagioni precedenti. Al Turismo prende sempre più piede l’investitura di Enzo Maraio, leader dei socialisti, mentre in Casa Riformista il nome sul tavolo è quella di Angelica Saggese, già parlamentare originaria della provincia di Salerno. Il Movimento prenderebbe le politiche sociali e lo Sport, ad Avs andrebbe il Lavoro. Solo al Bilancio potrebbe essere confermato l’uscente Ettore Cinque. Insomma la partita è aperta e in corso, tra Napoli e Roma. Lo stesso governatore lo ammette: «Gli equilibri li troveremo». Una frase che tiene insieme l’ambizione e la fragilità del momento. Ma una cosa è certa: il baricentro di Palazzo Santa Lucia, per i prossimi anni, torna a essere Napoli. E se si scrive Fico – quando si parla di Regione Campania – è pur vero che bisogna leggere Manfredi. Non come eterodirezione ma come architettura. Non come imposizione ma come visione. Non come nome ma come progetto. Il sindaco è il garante del metodo, Fico il volto del rinnovamento. C’è però una casella che pesa più delle altre. Si chiama Piero De Luca, salernitano, figlio dell’ex governatore e oggi segretario regionale del Pd: la prima forza del campo largo, anche di quello campano a trazione pentastellata. La giunta sarà il primo banco di prova. La prima, ma sicuramente non l’ultima.

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