Maggio 1985, Bradford e Heysel: Il calcio conosce i giorni della vergogna

Il maggio 1985 rimane una delle pagine più oscure della storia del calcio. Nel giro di appena diciotto giorni si consumarono due tragedie differenti ma ugualmente devastanti: il rogo dello stadio Valley Parade di Bradford, l’11 maggio, e il massacro dell’Heysel, a Bruxelles, il 29 maggio. Due eventi lontani per dinamica e contesto, ma legati da un destino comune: mostrare in modo drammatico quanto il calcio europeo fosse impreparato a garantire sicurezza e ordine negli impianti sportivi dell’epoca.
A Bradford tutto si consumò in meno di cinque minuti. La squadra locale stava festeggiando la promozione in Second Division, in un clima di festa assoluta. La tribuna principale, costruita in legno nel 1911, ospitava oltre 4.000 tifosi.
Quando qualcuno notò del fumo sotto le file dei seggiolini, molti pensarono a un fumogeno o a uno scherzo. Un aneddoto che colpì l’opinione pubblica racconta che un pensionato, vedendo le prime fiamme, tentò di spegnerle rovesciando la propria tazza di tè caldo: un gesto disperato e simbolico, reso del tutto inutile dall’improvvisa vampata che trasformò la tribuna in una torcia. Il fuoco si propagò così rapidamente da impedire a molti di trovare l’uscita. Morirono 56 persone, tra cui un ragazzino di dodici anni che aveva insistito per vedere la partita “da vicino, nella tribuna bella”, come ricordò il padre in un’intervista di quegli anni.
Diciotto giorni dopo, l’Europa calcistica si ritrovò nuovamente davanti all’orrore. All’Heysel, Juventus e Liverpool si contendevano la Coppa dei Campioni in un impianto già giudicato obsoleto da diversi ispettori UEFA. La Curva Z, settore neutro dove erano stati sistemati anche tifosi juventini, si rivelò una trappola.
Quando un gruppo di hooligan inglesi caricò verso quella zona, la pressione della folla in fuga provocò il crollo di un fragile muretto di contenimento. Le immagini dei tifosi schiacciati contro i gradoni, alcuni ancora con sciarpe e bandiere al collo, rimbalzarono in tutto il mondo. Tra gli aneddoti più noti c’è quello del telecronista belga che, ignaro della gravità, all’inizio parlò di “tensione abituale da finale”, salvo poi interrompere la diretta per ricomporsi, in lacrime, mentre i soccorsi estraevano corpi senza vita. Altri racconti riguardano tifosi italiani e inglesi che, una volta capito l’accaduto, collaborarono per portare fuori i feriti, smentendo solo in parte l’immagine di un’umanità divisa da tifo e violenza.
Le conseguenze giudiziarie furono pesantissime. Per Bradford, l’inchiesta ufficiale – la Popplewell Inquiry – stabilì che la causa dell’incendio fu un mozzicone di sigaretta finito tra i rifiuti accumulati sotto le assi della tribuna.
Il presidente del club, Stafford Heginbotham, già coinvolto in due precedenti incendi aziendali, fu ampiamente criticato, ma non incriminato. La lacuna più dolorosa rimase dunque l’assenza di colpevoli. Tuttavia, da quella tragedia scaturirono rigide norme antincendio per gli stadi britannici e la quasi totale eliminazione delle strutture in legno. L’Heysel invece portò a processi e condanne. Diciotto tifosi del Liverpool furono accusati di omicidio colposo; quattordici vennero condannati a pene tra i tre anni e i sei mesi di carcere. Il capo della polizia belga e diversi funzionari furono a loro volta indagati per gravi carenze organizzative, anche se le pene furono limitate. L’UEFA impose poi una punizione storica: l’esclusione per cinque anni di tutte le squadre inglesi dalle competizioni europee, che divennero sei per il solo Liverpool. Una sanzione che cambiò il destino economico e sportivo del calcio britannico.
Curiosamente, sia a Bradford sia all’Heysel molti tifosi raccontarono nei mesi successivi di avere abbandonato il calcio “per sempre”, salvo poi tornare allo stadio dopo anni, spinti dalla necessità di riappropriarsi di una passione soffocata dal trauma.
Altri ricordi emergono dai soccorritori: chi, a Bradford, trovò intere file di occhiali fusi dal calore; chi, a Bruxelles, raccontò il silenzio irreale che calò sullo stadio dopo la prematura festa della Juve, con i giocatori ignari dell’entità della tragedia.
Maggio 1985 rimane un monito inciso nella memoria collettiva. Due disastri diversi, accomunati dall’incuria, dalla mancanza di prevenzione e da impianti fatiscenti. Due tragedie che, pur costate la vita a 95 persone complessive, contribuirono a trasformare la sicurezza negli stadi, imponendo standard che oggi sembrano scontati, ma che all’epoca furono conquistati attraverso il più alto dei prezzi.

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