Crescono le imprese insolventi, si fa più forte il pericolo usura

Tra gli indicatori economici diffusi a fine anno ve n’è uno che merita particolare attenzione: quello relativo all’aumento delle aziende insolventi, in particolare piccole e medie imprese. Al 30 giugno di quest’anno le imprese in sofferenza sono poco meno di 122mila, con un aumento rispetto all’anno precedente del 3,6% stando ai dati resi noti dall’ufficio studi della Cgia di Mestre. Anche in questo caso sono le regioni meridionali a far registrare la situazione maggiormente preoccupante: qui sono 40.032 le imprese insolventi, pari al 34.5% del totale nazionale. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente l’aumento delle situazioni di sofferenza finanziara è del 6,3%, quasi il doppio della media nazionale. Un ulteriore segnale di allarme per la tenuta del sistema socio-economico meridionale, a dispetto dei dati relativi alla crescita occupazionale, aumento anche questo caratterizzato da una serie di criticità, come è stato evidenziato su queste pagine nelle scorse settimane.
A guidare la classifica delle imprese insolventi è – a sorpresa – la Valle d’Aosta, che fa registrare una crescita percentuale del 12,1%, valore che in termini assoluti si traduce nel peggioramento della solvibilità per 21 imprese della regione. Al secondo posto c’è la Campania, con un aumento percentuale dell’11,6%, pari ad oltre 1.300 imprese con problemi di insolvenza. Male anche la Calabria, al quarto posto, e la Basilicata, al quinto.
Ma chi sono questi “cattivi pagatori”? Secondo la ricerca della Cgia di Mestre si tratta in massima parte di «lavoratori autonomi, artigiani, esercenti,
commercianti o piccoli imprenditori che sono “scivolati” nell’area dell’insolvenza e, conseguentemente, sono stati segnalati dagli intermediari finanziari alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia».
Questa variegata platea di operatori economici corre un rischio molto concreto: quello di finire preda degli usurai. Tra le conseguenze della segnalazione alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia, infatti, c’p anche quella dell’impossibilità di accedere a nuovi prestiti, dunque la necessità per queste imprese di accedere a canali “alternativi” di finanziamento, tra questi – segnala la Cgia – va segnalato anche il possibile ricorso a prestiti usurari.
Stando ai dati disponibili all’aumentare delle imprese in strato di insolvenza corrisponde una riduzione delle denunce per usura. Un dato che da solo, tuttavia, non è indice di una riduzione del fenomeno.
«Gli usurai – si legge nel report della Cgia – operano all’interno di reti criminali organizzate che esercitano un forte condizionamento psicologico sulle vittime, attraverso intimidazioni preventive, quali danneggiamenti ai beni o, in casi più gravi, violenze fisiche e minacce rivolte anche ai familiari. Inoltre, molte persone provano imbarazzo nell’ammettere di trovarsi in tale situazione, e questa “vergogna” rappresenta un ostacolo significativo alla richiesta di aiuto».
Un aspetto di particolare interesse che emerge dallo studio in esame è costituito dall’individuazione di uno dei fattori di rischio usura nella stretta creditizia in atto. L’erogazione di prestiti bancari in favore delle imprese risulta essere in costante calo dal 2011, ad eccezione del periodo pandemico. Un’eccezione che non ha modificato una linea di tendenza che continua anche oggi.
Se nel 2011 le imprese ricevevano prestiti per oltre mille miliardi di euro, nel 2020 si era già passati a 720 miliardi, per arrivare ai 667 miliardi del settembre 2025. Un taglio dovuto solo in parte alla contrazione di richieste di credito, con possibili gravi ripercussioni: «non è da escludere – si legge nel report – che la chiusura dei rubinetti del credito praticata dal sistema bancario abbia contribuito a “spingere” involontariamente molti lavoratori autonomi e altrettanti piccoli imprenditori a corto di liquidità verso le organizzazioni criminali che, mai come nei momenti difficili, hanno la necessità di reinvestire i denari provenienti dalle attività illegali.»

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