L’ombra della Giunta sulla proclamazione di Fico

Il tempo di salire sul palco della storia regionale e già qualcuno rischia di spegnergli la musica. Oggi è il giorno della proclamazione ufficiale di Roberto Fico a presidente della Campania: un passaggio solenne, simbolico, «una grande emozione» come lo stesso esponente dei Cinque Stelle ha “vergato” di proprio pugno sui canali social. Ma la politica – quella che si è spesa in campagna elettorale facendo incetta di voti – non concede nemmeno un quarto d’ora di grazia. E infatti, mentre all’Auditorium della Corte d’Appello si cercherà spazio per gli applausi, fuori dalle porte i malumori e le pressioni non mancano. Nel mirino c’è naturalmente la composizione della squadra di governo che dovrà affiancarlo nei prossimi (almeno sulla carta) cinque anni. I fronti aperti sono molteplici. I più incandescenti: Vincenzo De Luca, Clemente Mastella, una parte non irrilevante del Partito democratico, Casa Riformista, più l’intero sottobosco degli eletti e dei non eletti che pretendono riconoscimento. È qui che comincia la partita delicatissima degli assessori. Perché la scelta di non nominare i primi eletti e di privilegiare figure politiche indicate dai partiti, spesso esterne e talvolta con profilo tecnico, ha spalancato un fronte di malpancisti che non si vedeva da anni. Di sicuro non si era visto nei dieci anni di governo deluchiano. La frattura è particolarmente evidente tra i dem partenopei, dove Giorgio Zinno e Salvatore Madonna hanno portato a casa 40mila voti a testa. Il sentimento dominante – più o meno nascosto – è il fastidio. Malumori anche in casa Mastella, questa volta dichiarati e palesati senza filtri. Il sindaco di Benevento lo ha detto senza giri di parole: Fico ha evitato accuratamente che anche il primo degli eletti del suo partito, il figlio Pellegrino (17mila preferenze nel Sannio), potesse sedere in giunta. Una esclusione che – a detta del leader di Noi di Centro – ha provocato disorientamento e nervosismi tra chi lo ha votato. La profezia democristiana è servita: «Se la Giunta fa da sola, anche il Consiglio farà da solo». Tradotto dalla vulgata della Prima Repubblica: attenzione a non ritrovarsi un’aula storta, spesso e volentieri, rispetto alle posizioni dell’esecutivo. Naturalmente sul piede di guerra c’è l’area che fa riferimento al governatore uscente Vincenzo De Luca. La lista A Testa Alta, terza forza della coalizione dietro Pd e Cinque Stelle con quattro consiglieri, rischia di restare con una sola casella significativa: il Bilancio, affidato a una figura tecnica (Ettore Cinque) in continuità con la stagione precedente. Non molto altro, almeno nella prima stesura della squadra. Forse Fulvio Bonavitacola, vicepresidente e assessore all’Ambiente uscente, nonostante le resistenze forti del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, che chiede un rinnovamento sostanziale. Forse Lucia Fortini, già assessore alla Scuola, sostenuta da un appello firmato da numerosi dirigenti e in quota rosa spendibile. Fastidi pesanti anche in Casa Riformista: il primo dei non eletti è il coordinatore campano Armando Cesaro. Un nome di peso. E il suo malumore pesa, eccome. Eppure dentro questo quadro tormentato oggi scatterà la scena istituzionale. «Lavoreremo con il massimo impegno e senso di responsabilità per la nostra comunità» ha promesso Fico via web. Parole misurate, persino tenere. Ma la politica, tutto intorno, usa un altro vocabolario: quello dei numeri, degli equilibri, dei posti. Come da tradizione. La sensazione è che il presidente della Campania, nonostante il sostegno dei leader nazionali Elly Schlein (Pd) e Giuseppe Conte (Cinque Stelle), e la regia del potente primo cittadino di Napoli Gaetano Manfredi, non potrà permettersi scelte davvero di rottura: dovrà accontentare tutti, una forza politica per volta, utilizzando l’intero pacchetto di Palazzo Santa Lucia: governo, commissioni, sottogoverno. La strada si fa stretta. E da lì sarà costretto a passare Fico se davvero vuole evitare che il “nuovo corso” si inceppi al primo tornante.

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