C’è un’aria antica, e insieme molto attuale, nel modo in cui Nicola Landolfi legge il caso Zerocalcare. Già segretario provinciale del Partito democratico e presidente dell’assemblea regionale dem, per quindici anni consigliere comunale a Palazzo Guerra, per lui l’antifascismo non è un riflesso identitario ma una grammatica civile. E così, davanti alla scelta del popolare fumettista di disertare la Fiera “Più libri più liberi’ di Roma per la presenza di un editore definito «nazista», l’attuale responsabile della segreteria politica del presidente della Provincia di Salerno non vede uno scarto moralistico. Tutt’altro. Vede un principio. E, forse, un allarme.
Landolfi, la scelta di Zerocalcare è comprensibile o più semplicemente un errore politico e culturale?
«Una scelta giusta, coerente con il fatto che la Fiera si svolge a Roma, città medaglia d’oro della resistenza antifascista e antinazista. Mi preoccupa, quindi il contrario: che Zerocalcare non partecipi e che ad altri non sia stato impedito».
Le reazioni si sono polarizzate: c’è chi parla di gesto identitario e chi di cedimento al moralismo. Da uomo di sinistra, lei condivide la linea del “non condividere gli spazi” con editori che si richiamano a un immaginario radicale di destra?
«È un gesto politico e storico. L’identità non c’entra. Ogni individuo ha una sua identità. Generalizzare le identità o provoca dibattiti superflui o guerre. Io non mi ritengo semplicemente un uomo di sinistra. Io sono gramsciano, che è una cosa un po’ più complessa. Di sicuro non bisogna dare spazio a libri dichiaratamente neo nazisti e neo fascisti, soprattutto in Italia, dove farlo diventa insidioso anche sul piano apologetico».
Il caso riapre una questione più ampia: chi stabilisce cosa può stare o non può stare dentro lo spazio pubblico della cultura? La sinistra corre realmente il rischio, come sostengono alcuni, di apparire come il partito che distribuisce “patenti di legittimità” sul piano culturale, politico e finanche morale?
«È da tempo che la sinistra non distribuisce più patenti. E, del resto, le cose che vengono dette da trent’anni a questa parte sono prevalentemente governative, popolari, moderate. L’ultima cosa di sinistra, e di successo, che ho visto è stato lo spostamento di Eto’o da centravanti a esterno sinistro».
Il giurista Gherardo Maria Marenghi ha definito la scelta di Zerocalcare «snobismo della peggiore sinistra» e ha parlato di un «nuovo oscurantismo» culturale. Come risponde a questa accusa?
«Per chi non è antifascista, l’antifascismo è sempre snob. Ma, tertium non datur. In Italia la frase “non sono antifascista”, non è una frase neutra. E, poi, proverei a rispettare maggiormente una scelta personale e soggettiva fatta liberamente da Zerocalcare».
Il confine tra vigilanza democratica e censura dov’è?
«Nella verità storica. Nei morti accertati. Nelle stragi di Stato. Nell’osservanza integrale della Legge che ha generato il diritto di parlare di leggi, di democrazia e di libertà. In Italia, piaccia no, questa legge è la Costituzione e, quindi, le cose disciolte non dovrebbero ricostituirsi».
Esiste ancora uno spazio, a sinistra, per un confronto che non scivoli nella scomunica?
«Io personalmente non ho nessun spazio per parlare di politica. Nè a sinistra nè a destra. Ormai la politica non esiste più. A destra, non sempre è necessaria. A sinistra, sarebbe fondamentale e per questo prevedo tempi bui per la sinistra».
Un’ultima domanda: lei viene da una lunga esperienza politica e istituzionale. Che cosa consiglierebbe ai più giovani per evitare che il dissenso anziché portare al confronto e alla conoscenza del differente da sé e del proprio mondo (anche di idee) diventi automaticamente rifiuto, cesoia, eliminazione?
«Consiglierei il culto per la democrazia e per lo studio. Il piacere dell’incontro, delle discussioni pacifiche sui problemi concreti, l’educazione, la tenerezza verso il diverso da noi, l’umiltà e di non prendersi troppo sul serio. Il mondo ha bisogno di aria pulita e no di vecchi e giovani tromboni».

